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INTERVISTA AD UN MEDICO ABORTISTA CHE SPIEGA, IN TUTTA ONESTA', ALCUNE VERITA' CHE NESSUNO VUOL SENTIRE

Le donne che abortiscono di più sono istruite e danaros...e, infatti la vera causa degli aborti non é la povertà ma la banalità della vita da Tempi
da Tempi
Dopo una vita spesa negli ospedali di tutto il mondo – oggi si divide fra la ASL di Forlì e una clinica svizzera. Valter Tarantini ha 61 anni, fa il ginecologo e dal 1978, anno in cui l’aborto divenne legge, pratica interruzioni volontarie di gravidanza. Ne ha fatte a migliaia: 300 l’anno circa. Quindi, più o meno, 10 mila in una vita. A lui la rivista Tempi ha chiesto che cosa è cambiato dall’entrata in vigore della legge.
DOTTOR TARANTINI, DALLA LEGISLAZIONE SULL’ABORTO AD OGGI SI DICE CHE LE RECIDIVE SIANO AUMENTATE. CONFERMA?
Oggi l’aborto non è più l’estrema ratio. Interrompere una gravidanza è diventato una cosa normalissima. Anzi, meno importante di altre. Prima lo si faceva per combattere la morale! Il frutto che vedo oggi è che la morale non c’è più, e che l’80% delle mie pazienti sono recidive. Ogni paziente ha avuto in media dai 3 ai 6 aborti. Ma ho incontrato anche una donna che era al quarantesimo aborto.
COME SPIEGA CHE TANTE DONNE PREFERISCANO L’ABORTO ALLA CONTRACCEZIONE?
L’aborto stesso con la 194 lo è diventato. Perciò dico che questa legge controlla le nascite, e che sbaglia chi dice che in grazia alla sua buona applicazione gli aborti sono diminuiti. Se li contiamo in rapporto ai bambini nati, si vede che non hanno fatto che aumentare.
QUINDI NON HA SENSO MIGLIORARE L’ACCESSO ALLA CONTRACCEZIONE PER LE DONNE?
Macché, le peggiori recidive sono ricche e istruite e sanno benissimo che cos’è la contraccezione. Ma per loro l’aborto è un fatto così banale, che è uguale a prendere la pillola. Ma c’è differenza! Anzi, per alcune è meglio. «Sa dottore, la pillola fa male. Mi fa ingrassare!». Siccome la contraccezione richiede impegno, l’aborto gli sembra più veloce ancora. Alcune avranno anche problemi psicologici, ma la maggior parte pensa solo alla cosa più comoda.
MA PERCHÉ, SE LE STATISTICHE MOSTRANO CHE LE RECIDIVE SONO IN AUMENTO, NESSUNO NE PARLA?
Perché sarebbe ammettere che il sistema sanitario italiano è fallito per colpa nostra. Invece, che la 194 sia un fallimento, è un’evidenza! Anche se applicassimo al meglio la prima parte potenziando la prevenzione e i consultori. Puoi cercare qualsiasi risoluzione, ma il problema è che se una non pensa che la vita del figlio sia più importante di tutti i problemi, non si risolve nulla. Prima, avere bambini, era tutto: i nostri vecchi davano la vita ed erano più contenti di noi. Mi chiedo perché sia sparito tutto questo, perché si sia perso il senso della vita. Le faccio degli esempi: una ragazza di 25 anni è arrivata con l’amica ridacchiando a chiedere l’aborto… Vedono il bambino nel monitor e iniziano a ridere. “Che carino! – dicevano – Guarda come si muove!”. Oppure, penso a una che mi disse: “Dottore, non è che mi lascia la foto dell’ecografia come ricordo?”.
Per non parlare delle domande più frequenti: «Dottore, era maschio o femmina? Quando posso avere rapporti sessuali? Quando posso mangiare?
VEDE DELLE SOLUZIONI?
Ho proposto a Gianfranco Fini e alla Lega di far pagare l’aborto, non nel privato, sennò ci speculerebbero sopra, ma restando nel pubblico. Non vedo infatti perché i contribuenti debbano pagare 1300 euro a una persona che non è malata, sta bene, non ha problemi.
COME GIUDICA LA VIA LOMBARDA DI STANZIARE FONDI PER I CENTRI DI AIUTO ALLA VITA?
Non risolve il problema! Quella economica è solo una motivazione in più, non la principale! Anzi, le ripeto, le più incallite sono le benestanti. Le extracomunitarie sono forse le uniche che sono dilaniate dal dramma. Le recidive poi, l’assistente sociale non la vogliono nemmeno vedere. Un figlio non lo tieni per un assegno, lo tieni per altro! Il problema è a monte. Il punto è il rifiuto della maternità.
SE UNA PAZIENTE RICHIEDE UN ABORTO PER MOTIVI INCONSISTENTI, LEI CHE È MEDICO NON OBIETTORE PUÒ RIFIUTARSI DI INTERVENIRE?
Se lo facessi finirei su tutti i giornali, che mi denuncerebbero, perché ho violato la legge! Formalmente una donna un motivo lo trova sempre. Tempo fa venne da me una coppia giovane e benestante che aveva deciso di abortire un figlio. Domandai perché. Mi risposero che era un po’ presto per avere figli. «E quando avete intensione di averne?», chiesi. «Mah, l’anno prossimo», risposero. E chiaro che in quel caso il motivo non sussisteva, ma ne hanno trovato uno. Ti dicono che sen on lo fai si buttano giù dalla finestra… che gli rovini la carriera! Per questo tanti (medici) hanno iniziato a fare obiezione. Scappano tutti!
MA LA RU486, NON PEGGIORA LE COSE?
È solo una conseguenza! L’aborto è un affare sporco che nessuno vuole più guardare! Né i medici, né la società, né le donne che non sanno più di che si tratta.
LEI AFFERMA CHE OCCORRE SCOPRIRE IL VALORE DELLA MATERNITÀ. LEI NON PUÒ AIUTARE LE DONNE CHE INCONTRA, IN QUESTO PERCORSO?
Ma non vede che sfascio? Penso che non servirebbe a nulla. prima c’erano gli ideali. La vita si dava per qualcosa. Oggi non interessa più nulla, se non il piacere passeggero, l’edonismo sfrenato! Mia madre invece mi ha voluto bene. Si faceva il mazzo per me, e anche a suon di schiaffi mi diceva cos’era bene e cos’era male.
E ALLORA, NON SAREBBE OPPORTUNO FARLO ANCHE CON LE SUE PAZIENTI?
Non so se mi ascolterebbero. Mi darebbero del rompipalle! Non basta nemmeno quando gli dico che il figlio è un bene sempre e comunque e che è vita dall’inizio.
SE PENSA A QUESTE COSE, PERCHÉ CONTINUA A PRATICARE INTERRUZIONI DI GRAVIDANZA?
Ho iniziato perché a 25 anni ho visto morire due donne per aborto clandestino. Non vorrei tornassimo a situazioni di questo genere. Lo faccio per quelle poche che mi sembrano disperate.
MA MAGARI LASCEREBBE UN SEGNO MAGGIORE SE, COME I SUOI GENITORI HANNO FATTO CON LEI, INDICASSE UN IDEALE PIÙ ALTO: QUELLO DEL VALORE DELLA VITA, INVECE CHE CORRERE AI RIPARI METTENDO A TACERE LE COSCIENZE?
Non so. Io non basto. Tutto il mondo continuerebbe a dire il contrario. Quest’epoca assomiglia all’Impero romano in decadenza con i barbari che avanzano. Noi, anziché combatterli, diventiamo come loro! Cosa posso fare io da solo, se smettessi di fare gli aborti?
CONCLUSIONE: I MONACI ALLA CADUTA DELL’IMPERO HANNO RICOSTRUITO TUTTO DA SOLI E RIEDUCATO PERSINO I BARBARI.
FORSE NOI CRISTIANI ABBIAMO CALATO LE BRAGHE. CI SIAMO VERGOGNATI DEL CRISTIANESIMO. UN TEMPO I CRISTIANI SI FACEVANO MANGIARE DAI LEONI. OGGI NOI SCAPPIAMO. UN TEMPO AMAVANO I FIGLI, OGGI LI UCCIDIAMO! FORSE IL “PROBLEMA A MONTE” SIAMO PROPRIO NOI. E I BARBARI, INVECE CHE CAMBIARE, ARRIVANO QUI, E CI TRASFORMANO LORO.

 

E’ Dio che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo

La Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.

Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio.

Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini.

Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!

Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!

In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.

Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!

ultime parole di Papa Benedetto XVI  pronunciate il giorno dell’ultima udienza in piazza San Pietro
CONDIVIDETE PIU' CHE POTETE!!!

“Con la preghiera fermerete anche le guerre” – ci ricorda la Gospa. E oggi le guerre sono tante, guerre interiori ed esteriori.
Queste 72 ore di supplica incessante farà piovere tante Grazie sul genere umano; e vogliamo, attraverso questa preghiera, supplicare lo Spirito Santo di donarci un Papa santo, forte, un Papa compassionevole. Un Papa che guidi con fermezza la Barca di Pietro dove siamo tutti noi.
Buona preghiera a tutti.
Annalisa Colzi
MARATONA DI PREGHIERA 12-13-14 Marzo 2013
ABBIAMO BISOGNO DI UNA TUA PREGHIERA PER LA SESTA MARATONA MONDIALE DI PREGHIERA 12-13-14 MARZO PER IL NUOVO PAPA
Carissimi Amici,
Siamo davvero lieti di invitarvi a partecipare alla nostra sesta Maratona di Preghiera Internazionale. Nelle scorse cinque edizioni abbiamo ricevuto la grazia dal Signore di poter pregare dai 5 continenti della terra, uniti dall’amore e fede in Cristo Gesu’.
In questi mesi il nostro sito ha ricevuto visite da piu’ di 80 paesi , siamo davvero felici di poter condividere e confermare con voi , amici da tutto il mondo, la nostra fede.
Vorremmo unire le nostre voci e preghiere aspettando il nuovo Papa chiedendo allo Spirito Santo di guidarci in questo tempo di rinnovamento per la nostra Chiesa.
Incontriamoci con Lui in questa Maratona e doniamo tutti noi stessi per 30 minuti o 1 ora dal 12 al 14 Marzo.
Per prenotare la vostra ora di preghiera, registratevi a :
http://www.72hoursforjesus.org/unisciti-alla-preghiera/?lang=it
o semplicemente mandateci una mail a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. con il vostro nome, località, orario e data della vostra preghiera.
Sul nostro sito troverete la guida alla preghiera ed una brochure da scaricare e condividere sui vostri siti.
http://www.72hoursforjesus.org/?lang=it
Per poter partecipare alla Maratona, non dovete esser connessi ad internet ma semplicemente registrare il vostro orario e pregare d’ovunque voi siate restando connessi a Cristo!!!!!
Tutti gli orari di preghiera mostrati sul sito seguono il fuso orario di Londra -1 ora, ricordate alla registrazione di inserire il vostro orario effettivo di preghiera sottraendo 1 ora ( Es: se decido di pregare alle ore 16 per 1 ora, dovro’ registrarmi sul sito alle ore 15).
Per tutte le vostre intenzioni di preghiera scriveteci a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato.
(Marco 11:22,24)
Che Dio ci Benedica !!!
Il team delle 72 ore per Gesu’
di Benedetta Frigerio
Mara (il nome è di fantasia) ha abortito utilizzando la pillola Ru486 due anni fa, quando ne aveva 26. Oggi che di aborto farmacologico si è ricominciato a parlare, dopo che l’Agenzia italiana per il farmaco ha approvato la commercializzazione della pillola, Mara scopre che quello che le è capitato non è un caso, che altre donne hanno sofferto come lei e che nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola. «Perché nessuno ne parla? Perché dicono di agire per il bene delle donne e ti spiegano che sentirai solo dei dolorini? Forse qualcuno ci guadagna qualcosa?», si chiede oggi questa donna che si dice a favore della libera scelta delle donne in tema di aborto.
Quasi avida di sapere tutto ciò che riguarda il “farmaco incubo” (così lo hanno chiamato in Cina dopo averlo ritirato dal mercato perché troppo pericoloso), Mara accetta di raccontare la sua storia a Tempi perché «spero che si faccia un’indagine su quello che fanno negli ospedali». «Per abortire mi sono rivolta al Centro salute donna di Piacenza, lì lavora la dottoressa che mi ha proposto la Ru486. Durante il colloquio la possibilità dell’aborto chirurgico è stata appena accennata. Il medico diceva che era un metodo invasivo e che si corrono seri rischi d’infezione, mentre con la pillola sarebbe stato tutto più semplice e sicuro, al massimo avrei sentito dei fastidi». Che le cose non stavano proprio così Mara avrebbe dovuto scoprirlo sulla sua pelle. 

Prima della decisione dell’Aifa del 30 luglio scorso le diverse sperimentazioni della pillola (tra cui quella dell’ospedale di Torino guidata dal ginecologo radicale Silvio Viale) furono sostituite da una pratica che di fatto aggirava il divieto di vendita e prevedeva l’acquisto dall’estero della pillola in via nominale per ogni paziente. Un procedimento applicabile per certi medicinali non ancora in commercio in Italia ma approvati dall’Ente europeo per il controllo sui farmaci. «Non capivo, ma mi sono fidata com’è normale. Precisavano che la pillola sarebbe arrivata dalla Francia e continuavano a ripetermi che sarebbe stata tutta per me. Mi dicevano: “Guarda, la confezione che compriamo è da tre pillole, ma è solo tua, ne usiamo una e le altre due le buttiamo”. Su questo dettaglio insistevano, come a sottolineare che a loro quelle pasticche costavano ma lo facevano per me». A distanza di tempo Mara ricorda stranezze a cui sul momento non diede peso. «C’era qualcosa di strano: la pillola non l’ho ingoiata in ospedale ma nel Centro salute donna. Due giorni dopo sono tornata per prendere altre medicine. La dottoressa mi aspettava al Centro per accompagnarmi lei in ospedale. Mi fece passare dal retro come per non dare nell’occhio e appena arrivata mi mandò a firmare un foglio, così, diceva “risulti ricoverata in day hospital ma in realtà torni a casa”. Subito dopo mi hanno somministrato il secondo farmaco, stavolta per via vaginale. Erano delle pastigliette».
«DA SOLA SAREI MORTA». 
Il farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali. Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui, probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?». 

Spaventata, Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia, asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla pillola. 
Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella, cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento. «Due anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale. Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come trattano queste donne», conclude Graziella. La rabbia sale anche a Mara che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante che hanno abortito con quel farmaco».
NON SOLO DOLORE FISICO. 
Anche sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente, mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec. «Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato». 
C’è una parte molto peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre. Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo sentivi dentro». «Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare qualcosa che è contro la sua natura. Ti tiri via una parte di te e ti senti svuotata. E sono convinta che con la violenza dell’aborto farmacologico lo senti anche di più». 

Dev’essere per questo che la ragazzina di Empoli che un anno fa ha abortito con la Ru486 non vuole parlare con Tempi e la sua mamma che si era aperta alle volontarie del Cav della città ha poi deciso di tacere: non se la sentiva più di ripercorrere un’esperienza così dolorosa. «Credo che sia così», risponde Mara risollevando lo sguardo. «Non si parla tranquillamente di una cosa del genere, anche la mia storia la conosce appena il mio ragazzo». Mara ha deciso di parlare con Tempi, sapendo che non sarebbe stato facile rivivere quell’«esperienza che ti porti addosso per sempre, perché spero davvero che la mia storia serva a far sapere la verità su questa pillola».
Adesso il mio incubo si chiama Ru486

La Spagna vieta la sperimentazione e l’aborto per i gorilla, ma non per i bambini e gli embrioni umani

febbraio 27, 2013 Leone Grotti

Manifestanti travestiti da gorilla sono scesi in piazza per protestare: «Grazie al governo, ora vogliamo che riconosca anche i diritti dei nostri amici umani».

In Spagna è più sicuro essere una scimmia che un uomo. Il Parlamento spagnolo ha appena fatto passare una legge che protegge i gorilla dal momento del concepimento. In questo modo, si vieta non solo l’aborto dei gorilla ma anche la sperimentazione su embrioni e feti dell’animale. Peccato che gli animali umani non siano altrettanto protetti, visto che l’aborto è legale in Spagna e la ricerca con cellule staminali embrionali, che richiede la distruzione degli embrioni umani, consentita.

LA PROTESTA DEI GORILLA. Per questo settimana scorsa un gruppo di manifestanti travestiti da scimmie sono scesi in piazza a protestare davanti al quartier generale del Partito Popolare di Mariano Rajoy, al governo. Il portavoce dei gorilla ha dichiarato alla stampa: «Siamo felici che il governo abbia riconosciuto il diritto di noi scimmie e tutti nella giungla stanno esultando, ma ora vorremmo che il governo, come promesso in campagna elettorale, proteggesse anche i nostri amici umani correggendo la legge sull’aborto ed eliminando la sperimentazione con cellule embrionali».

VIDEO: I gorilla ringraziano il governo spagnolo

SCIMMIE PROTETTE, UOMINI NO. I gorilla manifestanti, membri dell’Associazione per il diritto alla vita, per voce del loro presidente Ignacio Arsuaga, hanno affermato che «non ha senso che la legge protegga le vite di diverse specie animali ma non degli esseri umani». L’associazione ha già raccolto 400 mila firme perché venga modificata la legge sull’aborto: «Grazie a quella legge, ogni giorno in Spagna muoiono di morte violenta almeno 300 bambini, stiamo parlando di centinaia di migliaia di vittime ogni anno. Questo è un peso che la società spagnola non può permettersi di portare. Vogliamo proteggere le madri e i bambini».

LEGGE ENTRO MARZO. Il ministro della Giustizia Alberto Ruiz-Gallardón ha promesso di presentare una norma che abolisca la legge sull’aborto entro marzo. «Vogliamo che il governo protegga gli uomini e la loro vita fin dal concepimento così come protegge le scimmie» insiste Arsuaga. «Siamo milioni a chiederlo e il governo ha promesso di farlo». La manifestazione termina con un coro delle scimmie: «Bisogna essere un gorilla per non essere abortiti».

Miracle Baby, storia del bambino sopravvissuto a tre tentativi di aborto

Vite da raccontare
di |  del 18 febbraio 2013
Miracle Baby, storia del bambino sopravvissuto a tre tentativi di abortoUna storia a lieto fine che ricorda la storia più famosa di Gianna Jessen, sopravvissuta all’aborto salino. Anche questa volta la Vita ha vinto e il piccolo bimbo inglese è sopravvissuto all’aborto chimico tramite Ru486.
Vi proponiamo questo articolo tratto da Tempi.it

Ha lottato per la vita e con pochissime forze ha resistito a tre tentativi di aborto. La notizia aveva fatto così scalpore da far parlare i giornali di “Miracle Baby”. Tanto che ora è finita sul Journal of Obstetrics and Gynecology che ne ha raccontato il caso.
Una donna, una single inglese di 24 anni e già mamma di una bambina di 19 mesi, spaventata dalla responsabilità che avrebbe comportato la crescita di un’altra figlia, aveva deciso di abortire. E anche se era alla 22esima settimana di gravidanza aveva cercato di farlo presso una clinica che le aveva dovuto somministrare per ben tre volte la Ru486. Al terzo tentativo, i medici della clinica, ora sotto processo per aver violato la legge che non permette l’uso della pillola in età gestazionale così avanzata, le avevano assicurato che questa volta l’aborto sarebbe andato a buon fine. Ma, tornata a casa in automobile, la madre aveva sentito il piccolo muoversi dentro di sé. A quel punto ha cambiato idea e, girando il volante, si è diretta verso l’ospedale Hope Hospital di Manchester, chiedendo che si facesse di tutto per portare avanti la gravidanza.

AMMIRAZIONE. Il piccolo è nato quattro giorni dopo, quando ormai aveva 24 settimane (6 mesi). E, pur pesando solo 2,27 chili, respirava e piangeva.
Per sette settimane è rimasto attaccato a un respiratore combattendo ancora per la vita. La donna «si sentiva in colpa», racconta il dottor Paul Clare. Davanti al figlio, però, in quelle settimane di combattimento, in lei è prevalso il coraggio e lo stupore per la sua vita. I medici hanno detti di essere rimasti «ammirati» dal suo comportamento. Il piccolo è tornato a casa dopo sei mesi di trattamenti. Davanti a questo fatto, il dottor Clare ha chiesto l’apertura di un’indagine nelle cliniche dove le donne vanno ad abortire.

LA MASCHERA TOLTA. L’aborto, in Gran Bretagna, è legale fino a 24 settimane, anche se sempre più bambini sopravvivono anche a 23 (come accaduto nei giorni scorsi a due gemelli). «Con queste nascite, in continuo aumento – ha dichiarato Julia Millington, direttore della ProLife Alliance – la gente sta percependo di più la barbarie di quello che lasciamo succedere, mettendo sotto gli occhi di tutti bambini formati che la legge permette siano uccisi».
Articolo tratto da www.tempi.it

 

«apocalittico»

 

di Massimo Introvigne11-02-2013

 

Le dimissioni di Benedetto XVI – cui in questo momento va tutto il commosso affetto di chi per anni su queste colonne ha commentato quotidianamente il suo Magistero – costituisce un avvenimento tecnicamente «apocalittico». Ma questa parola va intesa correttamente. Il riferimento non è alle bufale, che circolano ampiamente su Internet, sulle false profezie attribuite nel Rinascimento al santo vescovo irlandese Malachia di Aarmagh (1094-1148) o ad altri annunci della fine del mondo, del tutto estranei allo stile cattolico. L’aggettivo «apocalittico», ben compreso, non contiene nessuna predizione cronologica quanto alla fine del mondo, ma indica che viviamo in un tempo di estrema difficoltà per la Chiesa e per la società, in cui un processo plurisecolare di scristianizzazione si «rivela» come putrefazione finale, con una virulenza antireligiosa, anticristiana e anticattolica inaudita.

Nel celebre discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 e nella sua enciclica del 2007 «Spe salvi» – una grande enciclica, decisiva per l’interpretazione della storia, della cui insufficiente eco tra i cattolici il Papa ha avuto più volte a dolersi – Benedetto XVI ha mostrato precisamente come siamo arrivati davvero in fondo a un processo che ci ha progressivamente allontanato dalla sintesi di fede e ragione faticosamente costruita dall’Europa cristiana in tanti secoli di preghiera, studio e lavoro. Prima Martin Lutero (1483-1546), insieme al razionalismo del Rinascimento, butta via la ragione, aprendo la strada a un pericoloso fideismo e avviando la distruzione della cristianità medievale. Poi l’Illuminismo, con il pretesto di rivalutare la ragione, la separa radicalmente dalla fede, diventa laicismo e finisce per compromettere l’integrità stessa di quella ragione che dichiarava di voler salvare. In terzo luogo le ideologie del Novecento, criticando l’idea astratta di libertà dell’Illuminismo, finiscono per mettere in discussione l’essenza stessa della libertà, trasformandosi in macchine sanguinarie di tirannia e di oppressione. Infine la quarta tappa: il nichilismo contemporaneo, caratterizzato da un relativismo aggressivo che diventa «dittatura» e attacca i santuari della vita e della famiglia.

Nell’enciclica «Caritas in veritate» del 2009 Benedetto XVI illustra come, diventando politica, la dittatura del relativismo si presenti insieme come attacco ai principi non negoziabili, anzitutto attacco alla vita, e come tecnocrazia. «La questione sociale è oggi diventata radicalmente questione antropologica», e – come ha ripetuto nel viaggio in Germania del 2011 e nello storico discorso al Parlamento tedesco, il Bundestag – ormai non si nega più soltanto la legge di Dio, si afferma pure che non esiste una legge naturale.

In molti testi, in particolare nei messaggi annuali per la Giornata Mondiale della Pace e nei discorsi rivolti ogni anno al Corpo Diplomatico, il Pontefice aggiunge che la gravissima negazione della libertà religiosa anche in Europa e in Occidente fa da inquietante sfondo a queste negazioni. Nel discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2012 il Papa mostra come la malattia della nostra civiltà sia arrivata a una fase davvero terminale con l’ideologia del gender e la teoria secondo cui non abbiamo una natura umana di uomo o di donna ma possiamo semplicemente inventarcela. «La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela». Ma «dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio». Che si sia potuti arrivare alla negazione di Dio e alla negazione dell’uomo mostra il carattere finale, dopo tante altre rivoluzioni, della «rivoluzione antropologica» dei nostri giorni.

Finale rispetto a un processo plurisecolare di attacco alla Chiesa, e dunque – ancora, senza nessun riferimento a una fine del mondo di cui sappiamo di non sapere né il giorno né l’ora – «apocalittico». A torto considerato poco interessato ai messaggi profetici, Benedetto XVI ne ha invece commentati a più riprese soprattutto due, che già da prima di diventare Pontefice lo hanno sempre interessato e ispirato, il messaggio di Fatima e le profezie di santa Ildegarda di Bingen (1098-1179).

Pellegrino a Fatima nel 2010, il Papa ha così riassunto il messaggio della Madonna del 1917: «L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo». Al cuore del messaggio di Fatima vi è un giudizio sulla storia, e in particolare sulla storia moderna. Le tragedie annunciate a Fatima non sono finite con la fine delle ideologie del XX secolo e del comunismo, cui pure il messaggio del 1917 si riferisce. La crisi non è risolta. Da un certo punto di vista è oggi più seria che mai, perché è anzitutto crisi di fede, quindi crisi morale e sociale.

«La fede – sono ancora parole del viaggio in Portogallo – in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata» «Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna» All’interno stesso della Chiesa non mancano infedeltà, fraintendimenti, assenza di sano realismo. «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?».

E la stessa terza parte del segreto di Fatima – la visione di un Papa che muore raggiunto da «colpi di arma da fuoco e frecce» – nel viaggio del 2010 è stata riferita da Benedetto XVI non solo all’attentato al beato Giovanni Paolo II (1920-2005), cui lo stesso cardinale Ratzinger l’aveva collegata rivelandola al mondo nel 2000. Ma anche – le profezie hanno sempre più di un significato – agli attacchi rivolti alla stessa persona di Benedetto XVI, dall’esterno (i colpi di arma da fuoco, che partono da più lontano) della Chiesa ma anche dal suo interno (le frecce). «Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio – aveva detto ancora il Pontefice a Fatima – vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa».

Vi è qui un accenno alla questione dei preti pedofili – alla sua tremenda realtà, e insieme agli attacchi strumentali portati al Papa prendendola come punto di partenza – che ha indotto Benedetto XVI anche a rileggere e commentare le profezie anch’esse «apocalittiche», della suora medievale tedesca Ildegarda di Bingen, che ha voluto proclamare dottore della Chiesa nel 2012. Ai preti pedofili, e alla crisi nella Chiesa in generale – che è anche crisi di fedeltà al Papa e al Magistero – il Pontefice ha riferito un brano delle profezie d’Ildegarda, che ha voluto leggere integralmente nell’udienza del 20 dicembre 2010 alla Curia Romana, una delle udienze per gli auguri natalizi cui Benedetto XVI ha dato particolare importanza, pronunciando ogni anno un discorso riassuntivo dei temi centrali del suo Magistero nei dodici mesi precedenti.

Leggiamolo anche noi, leggiamolo con il Papa. «Nell’anno 1170 dopo la nascita di Cristo ero per un lungo tempo malata a letto. Allora, fisicamente e mentalmente sveglia, vidi una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere. La sua figura si ergeva dalla terra fino al cielo. Il suo volto brillava di uno splendore sublime. Il suo occhio era rivolto al cielo. Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose. Ai piedi calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate dal di sopra. Con voce alta e lamentosa, la donna gridò verso il cielo: ‘Ascolta, o cielo: il mio volto è imbrattato! Affliggiti, o terra: il mio vestito è strappato! Trema, o abisso: le mie scarpe sono insudiciate!’ E proseguì: ‘Ero nascosta nel cuore del Padre, finché il Figlio dell’uomo, concepito e partorito nella verginità, sparse il suo sangue. Con questo sangue, quale sua dote, mi ha preso come sua sposa. Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti. Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i precetti loro imposti. Insudiciano le mie scarpe, perché non camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi. Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità’. E sentii una voce dal cielo che diceva: ‘Questa immagine rappresenta la Chiesa’».


LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA
«Nel mondo c'è posto per tutti»
di Benedetta Consonni
27-01-2013

Leandro Aletti, ginecologo che ha lavorato soprattutto in Mangiagalli a Milano, è noto alle cronache per le battaglie contro l’aborto e per le denuncie fatte e ricevute nel corso del suo impegno. Durante l’intervista il rischio di aver in mente un articolo “già fatto” in cui far rientrare le parole dell’intervistato è fortissimo: farsi raccontare tutti i fatti, le ingiustizie e spiegare tutte le sue motivazioni. Ma per fortuna la verità è più forte di tutti i pezzi già scritti in testa e Leandro Aletti racconta solo alcuni fatti che hanno segnato la sua storia, per il resto “lascia la scena” a Cristo, vero fondamento.
“Il 28 dicembre 1936 il Cardinal Schuster consacrò l’altare della Chiesa di San Giuseppe in Policlinico ai Santissimi Innocenti – racconta Aletti – Sempre il 28 dicembre, ma del 1988, dalle pagine del quotidiano Avvenire, io e il collega Luigi Frigerio abbiamo denunciato la pratica di un aborto terapeutico al quinto mese di gravidanza all’interno della clinica Mangiagalli. La bambina aveva un’anomalia fetale, un cromosoma in più, che significa che rischiava di nascere sterile. La bambina era normalissima». Una denuncia a cui seguirono diverse tribolazioni per il medico Aletti, che però non si sofferma su questo, ma va dritto al punto. «Fino a quando avrò fiato non mi interessa giustificarmi perché chi mi giustifica è un Altro. Il punto è il fondamento da porre, cioè Gesù Cristo, se non avessi fatto questo, avrei passato il mio tempo a giustificarmi» dice il ginecologo, che ha potuto contare il genetista e servo di Dio Jérôme Lejeune tra i suoi difensori.
Gli scappa solo un aneddoto. “Ad un processo mi è stata fatta questa domanda per inquadrare la mia personalità: lei in che cosa crede? Io ho risposto una cosa molto semplice: mettete a verbale il Credo della Chiesa Cattolica, che io dico tutte le domeniche, per intero per favore. Allora si alzò il presidente dicendo che la domanda non era pertinente, perciò agli atti del processo non figurò mai questa domanda. Fui assolto”.
Leandro Aletti ha 8 figli e 8 nipoti, forse l’obiettivo ricercato da chi ama tanto la vita, eppure racconta Aletti: “Io non volevo niente. Semplicemente quando uno si sposa, si esprime con il corpo che ha e se tu dici a una donna che la ami, lo esprimi anche con il tuo corpo. Non c’è da censurare nulla. Oggi si fa la censura con la pillola contraccettiva. La mentalità è ormai questa, poi si può sbagliare anche 120.000 volte e non sta a me giudicarlo, però non posso non dire che la strada è un’altra”. Infatti Aletti è un ginecologo obiettore di coscienza. “La storia dell’obiezione di coscienza è molto semplice, – spiega – tutti gli uomini sono nati da una donna e tutti sono passati da un organo che si chiama utero, anche quelli nati con l’embryo transfer, ovvero la fertilizzazione artificiale. Nel Te Deum si canta: Non horruisti uterum virginis, che significa: non hai avuto orrore di passare attraverso l’utero di una donna. Questo ginecologicamente è interessantissimo, perché significa che attraverso Gesù, che è vero Dio e vero uomo, l’infinito è entrato nel ventre di una donna”. Una visione che lascia trasparire tutta la sacralità, dolcezza e mistero della maternità. Continua Aletti: “Se tu guardi bene tutti in faccia, a qualsiasi latitudine e longitudine, sai che tutti hanno una mamma. Di tutti questi uomini, nessuno ha chiesto il permesso di venire al mondo, me compreso. Soltanto Uno ha chiesto il permesso di venire al mondo e che cos’è successo? Che l’Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria. E quella donna di 15 anni è stata messa in cima al Duomo di Milano e io lo dico ai miei figli e a tutti quelli che incontro che quella è la mia mamma. Questo lo dico abbassando il capo, perché non sono degno di guardare quella donna e mi debbo convertire”.
La Madonna è un modello di accoglienza per tutte le mamme, anche per quelle per cui la gravidanza costituisce un momento di prova. «Il problema è che la diagnostica prenatale – spiega Aletti - tesa ad individuare embrioni malformati da sopprimere con aborto selettivo è razzismo, mentre al mondo c’è posto per tutti, sani e non sani. Tutti quelli che sono venuti al mondo hanno una mamma e quindi il punto qual è? L’accoglienza, di cui la Madonna è il paradigma». Maria, che con il suo sì ha detto sì alla vita. «Quando non accogli ti schieri con la morte e purtroppo una donna che non dice sì alla vita vivrà un tormento per tutta la vita. Le donne vanno aiutate e non lasciate sole». Continua Aletti: “In Italia con la legge 194 sono stati fatti 6 milioni di aborti: per avere questo dato basta prendere i dati della relazione annuale al Parlamento del Ministero della Salute e sommare tutti gli aborti da quando esiste la legge. Questi 6 milioni di persone che mancano hanno una notevole ripercussione economica: significa che in Italia manca una generazione e mezza e il mercato è fermo perché manca l’utenza. Madre Teresa di Calcutta, quando ritirò il premio Nobel per la pace disse: l’aborto creerà più danni della bomba atomica”.
Due incontri speciali hanno segnato la vita di Aletti, con Arturo e con Leandro, due bimbi morti subito dopo la nascita, di cui il ginecologo ci racconta la storia per far sapere a tutti che esistono anche Arturo e Leandro. “Erano le due di notte – ricorda Aletti – ed è nato un bambino alla quindicesima settimana, che sai benissimo che muore, anzi è campato 10 minuti di orologio l’Arturo. Ho chiesto alla mamma: lo vogliamo battezzare? La mamma mi ha detto di si. Signora possiamo chiamarlo Arturo? Bene, io ho battezzato l’Arturo, non lo so perché proprio Arturo. Se avessi chiamato il cappellano sarebbe morto prima del suo arrivo. Un collega, che passava di lì, mi dileggia e mi dice: Aletti non buttare l’acqua su quel bambino, cosa fai? Io gli ho risposto: l’Arturo è campato 10 minuti, ha cercato di fare un vagito appena, ma l’ho battezzato perché riconosco che l’Arturo come me (e l’ho chiesto anche alla mamma naturalmente) è chiamato allo stesso destino mio”.
Al secondo incontro speciale invece Aletti dà il suo nome, Leandro. “Leandro è nato al quinto mese ed è ricoverato in una struttura di cui io ero il direttore. Il medico che lo ha ricoverato giustamente ha scritto aborto inevitabile. La situazione purtroppo era così. Il medico ha fatto notare questo alla madre, che ha disconosciuto il figlio, cioè non lo ha voluto perché era un aborto. Non le interessava la sepoltura. Quindi questo bambino è completamente abbandonato. I medici non sapevano cosa fare e lo avevano messo in un bidoncino. Quando sono arrivato mi hanno fatto presente la situazione. Io mi sono fatto portare dell’acqua e ho detto: come potete vedere questo è un uomo. Leandro io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Leandro è campato un giorno. E’ stato messo in una piccola culletta, dove ogni tanto qualcuno andava a bagnargli le labbra. E’ morto la sera stessa”.
Due storie apparentemente tristi, ma che sono storie di vita, anche se dura soltanto dieci minuti. “Siamo rimasti in tre gatti a dire queste cose, ma non importa, io sono felice. Non è questione di coraggio, io non ho nessun coraggio e non sono un eroe, lo scriva, anzi davanti a queste questioni è meglio mettersi in ginocchio e farci aiutare dalla Madonna” conclude Aletti. E così mi capita di terminare un’intervista coma mai avevo fatto prima. Aletti mi dice: preghiamo. Fa il segno della croce e diciamo insieme un’Ave Maria alla Madonna, nelle cui mani ricolme di grazie affido l’intervista che ho appena raccolto.
(da Il Giornale) - La legalizzazione del matrimonio omosessuale in Francia e in Gran Bretagna, una realtà già presente in Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo, Islanda, che è stata accreditata dall'Unione Europa e dal Consiglio d'Europa, evidenzia che in questa Europa è prevalso il relativismo valoriale che scardina le fondamenta della costruzione sociale incentrata sulla famiglia naturale.

 

Non si tratta solo della violazione di un “valore non negoziabile”, secondo l'espressione cara a Benedetto XVI, ma innanzitutto di un venir meno alla ragione e al legittimo amor proprio. L'Europa è in assoluto l'area del mondo che ha il più basso tasso di natalità e, purtroppo, l'Italia è tra i Paesi europei che ha il più basso tasso di natalità. Ebbene se noi – al fine di porre un argine a questo suicidio-omicidio demografico - usassimo la ragione e facessimo prevalere il sano amor proprio, dovremmo sostenere la centralità della famiglia naturale perché, piaccia o meno, è solo dall'unione tra un uomo e una donna che può generarsi la vita. Concretamente per favorire la natalità dovremmo sostenere la maternità, ciò che oggi si traduce nell'attribuzione di congrui sussidi per le madri che scelgono di dedicarsi a tempo pieno o anche parziale alla famiglia, ai figli e alla casa, riconoscendo la valenza economica del lavoro domestico. Proprio recentemente in Francia da un'inchiesta pubblicata dal Figaroemerge che il lavoro domestico corrisponde a circa il 33% del Pil (Prodotto Interno Lordo)!

Invece questa Europa relativista non solo non sostiene la famiglia naturale ma ha scelto di scardinarla dalle fondamenta sostenendo che la società non si basa più sul rapporto tra uomo e donna, ma che dobbiamo far riferimento a cinque parametri che corrispondono all'orientamento sessuale, dove l'essere eterosessuali, bisessuali, omosessuali, lesbiche e transessuali, deve essere considerato la piattaforma sociale a cui corrispondere assoluta parità sia per ciò che concerne il matrimonio sia per l'adozione dei figli. Ed è così che in quest'Europa relativista che rischia di scomparire sul piano demografico per quanto attiene alla popolazione autoctona, il matrimonio omosessuale viene indicato come l'apice di una civiltà i cui capisaldi sono la negazione della cultura della vita, ovvero la legalizzazione dell'aborto, dell'eugenetica e dell'eutanasia. Gli ideologi del relativismo demografico ritengono che il problema sia facilmente risolvibile spalancando le frontiere agli immigrati provenienti da Paesi che hanno un più alto tasso di natalità, operando in un contesto puramente quantitativo, a prescindere dalla dimensione qualitativa che concerne la condivisione o meno dei diritti fondamentali della persona, del rispetto delle regole fondanti della civile convivenza, della disponibilità a integrarsi per cooperare alla costruzione di un futuro migliore. Ecco perché se questi immigrati sono, ad esempio, i cinesi dediti all'invasione economica o gli islamici dediti all'invasione religiosa, il risultato sarà inesorabilmente il tracollo della civiltà europea in parallelo al declino della popolazione autoctona.

Tutto ciò dovrebbe essere considerato ragionevole e di buon senso. Ebbene se oggi non lo è, significa che abbiamo messo in soffitta la ragione e non ciò vogliamo più del bene, facendo prevalere un'imposizione ideologica ispirata al relativismo valoriale che nega la nozione stessa di verità e al buonismo che ci porta ad anteporre le istanze altrui anche a dispetto delle conseguenze negative per noi stessi. Ecco perché questo pregiudizio ideologico si configura come una dittatura relativista che, per un verso, è l'altro lato della dittatura finanziaria e, per l'altro, è supportato dalla dittatura mediatica. Anche la dittatura finanziaria fa venir meno la centralità della persona come depositaria di un valore intrinseco, della famiglia naturale e della comunità di uomini e donne liberi, sostituendoli con la centralità della moneta, delle banche e dei mercati.  E né la dittatura relativista né la dittatura finanziaria potrebbero affermarsi senza il supporto della dittatura mediatica che, mistificando la realtà, ci propina una rappresentazione ideologica facendosi sembrare come l'apice della civiltà ciò che il fondo del baratro in cui siamo precipitati non avendo più la certezza di chi siamo, delle nostre radici, fede, valori, identità e regole.

L'epilogo di questa deriva è la dittatura in senso letterale, dove anche se siamo chiamati a partecipare al rito delle elezioni, sappiamo anticipatamente l'esito delle elezioni perché la triplice dittatura relativista, finanziaria e mediatica non consentono alcuna devianza rispetto al “nuovo ordine mondiale”.  Ciascuno di noi sarà libero di produrre e di consumare, di copulare con chi gli pare, di credere in Gesù o Allah a condizione di metterli sullo stesso piano, ma non potremo affermare la verità, credere nei valori non negoziabili e perseguire il bene comune.

 

GIANNA JESSEN

L’americana Gianna Jessen ha partecipato ad un incontro pubblico organizzato dal “Movimento per la vita” di Biella

GIUSEPPE BRIENZA
ROMA

 

Gianna Jessen, 35 anni, sopravvissuta ad un aborto chimico richiesto dalla madre che non voleva assolutamente tenerla, è figura ormai nota nell’ambito del mondo “pro life” statunitense. Il “Movimento per la vita” italiano, sezione di Biella (www.mpvbiella.it), l’ha invitata il 1° febbraio scorso ad un incontro pubblico e, come accaduto in altre date del suo recente “tour” nel nostro Paese, gli organizzatori si sono visti costretti anche in questo caso a collegare una aula in videoconferenza per il numero imprevisto di partecipanti, oltre 800 persone.

La Jessen è diventata un personaggio-simbolo della lotta anti-abortista da quando la sua vicenda personale ha ispirato “October Baby” (USA 2011, regia di Andrew e Jon Erwin, con Rachel Hendrix, Jason Burkey, John Schneider e Jennifer Price), film stroncato dal “New York Times” , ma che ha conquistato il cuore del pubblico americano incassando oltre 3 milioni di dollari.

Gianna è nata viva in una clinica per aborti legata all’associazione statunitense “Planned Parenthood”. A aua madre, allora diciassettenne e al settimo mese di gravidanza, era stato consigliato di interrompere la gravidanza tramite aborto salino consistente nell’iniettare nell’utero una soluzione salina che corrode il feto e lo porta alla morte entro 24 ore.

A dispetto di quanto previsto, Gianna vede la luce perché la tecnica dell’aborto salino non funziona e nasce quindi viva sebbene la mancanza d’ossigeno all’interno dell’utero le procuri una paralisi cerebrale e muscolare. Tuttavia Gianna impara a camminare con tutore all’età di tre anni, a vent’anni riesce a camminare senza tutore e, nel 2006, arriva a partecipare alla famosa maratona di New York per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’aborto.

Come ha testimoniato nell’incontro di Biella, Gianna ha perdonato sua madre per aver tentato di ucciderla. Il suo dolore, infatti, “si è trasformato in speranza”, e la sua rabbia in desiderio di realizzare una missione che è divenuta la vocazione della sua vita, cioè “ottenere la parità di diritti al nascituro così come avviene per la donna che lo ha concepito”.

La giovane americana anche a Biella non ha fatto un discorso “pro life” organico e sistematico, ma ha cercato piuttosto di trasmettere una delle ragioni profonde del delitto abortivo: quella, cioè, ha affermato, “che sta dentro il cuore di quei genitori che uccidono proprio figlio. Da un lato una donna che mendica amore perché non è stata amata come figlia e non si vuole bene, d'altro lato un uomo vile che usa il corpo della donna e, poi, quando dovrebbe assumersi la responsabilità di difendere e proteggere la mamma e il bambino, fugge dimostrato tutta la sua codardia”.

Il discorso della Jessen ha rafforzato in quei dirigenti del “Movimento per la Vita” presenti a Biella, l’intenzione di denunciare l’esponenziale aumento dell’aborto eugenetico, quello cioè indirizzato ai bambini disabili che, in realtà, sarebbero maggiormente degni di cure e di amore, come ha sottolineato la relatrice.

 

Dopo aver sbancato i botteghini Usa, il dvd di “October Baby” è da poco uscito in Italia in Dvd, ed è stato proiettato in diverse sale in occasione dell’ultima “Giornata nazionale per la vita”, celebrata in tutta Italia Domenica scorsa, 3 febbraio. Occasione della quale ha approfittato Benedetto XVI, parlando all'Angelus, per invitare ad aderire alla iniziativa in difesa della vita “Uno di noi”, promossa dai “Movimenti per la Vita” europei come proposta di legge di iniziativa popolare dei cittadini dell’UE, per chiedere la protezione della vita umana a livello comunitario sin dal concepimento.


CORSO DI FORMAZIONE IN  "BIOETICA E SPIRITUALITA'"

(per i Gruppi di Preghiera di Padre Pio)

Carissimi Assistenti spirituali, Animatori e Membri dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio,

 

la Direzione Generale dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio è lieta di annunciarvi che la Commissione di studio “Impegno sociale dei cattolici” (istituita a supporto delle attività dei Gruppi di Preghiera) e l’Associazione Scienza & Vita di San Giovanni Rotondo, in collaborazione con la Fondazione “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo e con l’Ordine Francescano Secolare d’Italia, Fraternità di Puglia “don Tonino Bello”, organizzano nell’Anno della Fede il

Corso di Formazione in “Bioetica e Spiritualità”

 

rivolto particolarmente a tutti i membri dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio.

Il Corso è il frutto di una lunga ed intensa attività preparatoria di lavoro e di studio. Si tratta di una opportunità davvero speciale per approfondire la formazione bioetica e spirituale alla scuola di San Pio da Pietrelcina e del Magistero della Chiesa, grazie al contributo di relatori altamente qualificati, al fine di poter far fronte alle sfide poste dal relativismo etico e dall’ “eclissi di Dio” all’interno della nostra società e preparare un esercito di formatori e testimoni della fede che possano offrire un prezioso contributo alla Chiesa e alle realtà ecclesiali diocesane nell’ambito della nuova evangelizzazione.

Vi alleghiamo alla presente i seguenti files:

1) locandina del Corso di Formazione in Bioetica e Spiritualità;

2) informazioni, programma e relatori del Corso;

3) scheda di iscrizione al Corso per i singoli partecipanti;

4) scheda di iscrizione al Corso per i gruppi.

 

Auspicando una nutrita partecipazione al Corso (che verrà riproposto in diverse edizioni a partire dal marzo 2013) da parte dei membri di tutti i gruppi di preghiera di Padre Pio e con preghiera di dare la massima diffusione all’evento nell’ambito dei gruppi e delle realtà parrocchiali, Vi inviamo i più cordiali saluti con gli Auguri di ogni bene in Cristo Signore per il Santo Natale ormai alle porte.

 

San Giovanni Rotondo, 6 febbraio 2013.

La storia della ranocchia

 

E’ da tempo che circola in internet questa storiellina scritta da Oliver Clerc, scrittore e filosofo.

Mi è piaciuta molto perchè davvero rispecchia la realtà in maniera incredibile. In modo molto più grezzo anche io dico nelle conferenze che il veleno ci è stato iniettato a piccole dosi, piccolissime, in modo da abituarci al peccato. Se la dose fosse stata data tutta insieme saremmo morti, invece così siamo stati in grado di formarci gli anticorpi per il veleno pian piano assunto. Un caro sacerdote diceva che Dio ha formato il popolo di Israele nell’arco dei 40 anni nel deserto. Gli ci sono voluti 40 anni per far assimilare il suo insegnamento perchè – continuava il sacerdote – se glielo avesse dato tutto insieme non sarebbero riusciti a digerirlo e lo avrebbero rigettato. E finiva con questa domanda: “Si può dare una bistecca ad un neonato?”. Vi lascio con questa domanda e ala lettura di questa splendida parabola.

Annalisa Colzi

di Oliver Clerc

ranocchia2Immaginate una pentola piena d’acqua fredda in cui nuota tranquillamente una piccola ranocchia.

Un piccolo fuoco è acceso sotto la pentola e l’acqua si riscalda molto lentamente.
L’acqua piano piano diventa tiepida e la ranocchia, trovando ciò piuttosto gradevole, continua a nuotare.
Ora l’acqua è calda, più di quanto la ranocchia possa apprezzare, si sente un po’ affaticata, ma ciò nonostante non si spaventa.
Ora l’acqua è veramente calda e la ranocchia comincia a trovare ciò sgradevole, ma è molto indebolita, allora sopporta e non fa nulla.
La temperatura continua a salire, fino a quando la ranocchia finisce semplicemente per cuocere e morire.
Se la stessa ranocchia fosse stata buttata direttamente nell’acqua a 50 gradi, con un colpo di zampe sarebbe immediatamente saltata fuori dalla pentola.
Ciò dimostra che, quando un cambiamento avviene in un modo sufficientemente lento, sfugge alla coscienza e non suscita nella maggior parte dei casi alcuna reazione, alcuna opposizione, alcuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da qualche decennio possiamo vedere che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci stiamo abituando.
Una quantità di cose che avrebbero fatto inorridire 20, 30 o 40 anni fa, sono state poco a poco banalizzate e oggi disturbano appena o lasciano addirittura completamente indifferente la maggior parte delle persone.
rana_bollita_Nel nome del progresso, della scienza e del profitto si effettuano continui attacchi alle libertà individuali, alla dignità, all’integrità della natura, alla bellezza e alla gioia di vivere, lentamente ma inesorabilmente, con la costante complicità delle vittime, inconsapevoli o ormai incapaci di difendersi.
Le nere previsioni per il nostro futuro, invece di suscitare reazioni e misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente la gente ad accettare delle condizioni di vita decadenti, anzi drammatiche.
Il martellamento continuo di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non sono più in grado di distinguere le cose …
Coscienza o cottura, bisogna scegliere!
Allora se non sei, come la ranocchia, già mezzo cotto, dai un salutare colpo di zampe, prima che sia troppo tardi!”


Come è moderna Famiglia Cristiana

di Mario Palmaro04-02-2013

 


“Mamma, mamma, che cos’è una lesbica?”. La mamma di Pierino ha un attimo di smarrimento, vacilla, cerca di organizzare la risposta, ma per prima cosa chiede al suo bambino: “Dove hai sentito quella parola? Al telegiornale, a scuola o forse al campo sportivo?”. “No mamma: l’ho letta su Famiglia Cristiana”. Al che la povera genitrice corre in soggiorno a sfogliare la gloriosa rivista cattolica dal nome rassicurante. E qui la povera donna scopre, con sgomento, che Pierino dice la verità. Perché nel numero 2 di Famiglia Cristiana di quest’anno, 13 gennaio, sulla terza di copertina campeggia una pagina di pubblicità ideata dal Dipartimento delle Pari opportunità e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Una pubblicità nella quale si vedono le foto di tre sconosciuti, accompagnate dalla seguente didascalia: “alto”, sotto il primo personaggio; “lesbica” sotto la seconda; “rosso” sotto al terzo, che ha effettivamente i capelli rossi. Segue slogan perentorio: “E non c’è niente da dire”. Segue spiegazione per i più duri di comprendonio: “Sì alle differenze. No all’omofobia”.

A questo punto io capisco benissimo che i lettori si stropicceranno gli occhi, e si metteranno a rileggere questo articolo dall’inizio, pensando di avere avuto un’allucinazione. Ma purtroppo è tutto vero: se portate in casa vostra Famiglia Cristiana, preparatevi a dover spiegare al pupo che cos’è una lesbica o un gay, preparatevi a tenere seminari serali per chiarire il concetto di omofobia, preparatevi a insegnare con pugno di ferro a tutta la prole, e ovviamente anche al genitore numero due (l’uso di parole come moglie o marito potrebbero essere considerate sintomo di omofobia), che intorno a questo tipo di diversità “non c’è niente da dire”.

Ormai anche i più duri di comprendonio l’hanno capito: è partita la più colossale campagna mediatica, ideologica, politica e legislativa di tutti i tempi per trasformare a livello planetario ciò che è anormale in normale, ciò che non è naturale in naturale, ciò che non è fisiologico in fisiologico. Più o meno tutti sanno che la dottrina della Chiesa si oppone a questo disegno di pervertimento dell’ordine naturale. Più o meno tutti sanno che a un vescovo, quello di Trieste, è stato impedito di uscire di casa da un gruppetto di facinorosi semplicemente perché monsignor Crepaldi dice la verità intorno alla sessualità umana. Più o meno tutti sanno che queste sono le prime avvisaglie delle persecuzioni che i cattolici subiranno se non accettano supinamente di omologarsi al “pensiero gaio”.

Dunque fa un certo effetto scoprire che un giornale formalmente cattolico come Famiglia Cristiana, per altro dietro compenso economico, metta in pagina una pubblicità che riassume proprio la “visione del mondo” dell’ideologia omosessualista. Un’ideologia che per altro ha ben poco a che fare con le persone in carne e ossa che vivono questa condizione. Un’ideologia che persegue un obiettivo di tipo culturale e giuridico: eliminare le categorie uomo-donna e rimpiazzarle con un soggetto senza identità definita che trae la sua sessualità non dalla sua natura e dalla sua corporeità “data”, ma dalla sua volontà arbitraria.

Qui non c’entra nulla il rispetto dovuto a ogni essere umano. Qui c’è in gioco la ragione: perché bisogna insultare la ragione per far credere che essere lesbica sia la stessa cosa che avere i capelli rossi o essere alto. Prima ancora che addentrarsi sul terreno accidentato del giudizio morale, qui si tratta di un banalissimo riconoscimento di un fatto antropologico: chiunque sa che i comportamenti o anche solo le tendenze che afferiscono alla sfera sessuale hanno un impatto sulla persona ben diverso dal colore dei capelli.
Ma se poi dal piano naturale ci spostiamo a quello soprannaturale, e ci lasciamo illuminare dalla Rivelazione e dalla dottrina cattolica, beh, allora l’infortunio di Famiglia Cristiana assume proporzioni imbarazzanti.

Che cosa penserebbe don Giacomo Alberione, fondatore della Società di San Paolo, imbattendosi in quella pubblicità dentro a una rivista del suo ordine religioso? Stiamo parlando di quel Beato Alberione che nel 1941, a proposito della “formazione dei nostri aspiranti alla vita religioso-sacerdotale” scriveva che “nei casi anormali di complicità con giovani, ragazzo o compagni, sarebbe follia tentare ancora una prova... anche perché i peccati contro natura, gridano vendetta presso Dio e privano di molte grazie”. Davvero singolare: la rivista dei paolini che pubblica una pubblicità che comporterebbe la condanna come “omofobo” del loro stesso fondatore. Il quale – da vero cattolico – insegnava che si deve “combattere l'errore o il peccato, non l'errante o il peccatore”. Ma che non avrebbe mai trasformato un disordine morale in una normalità per decreto statale, tanto per compiacere il peccatore. Né avrebbe usato le riviste del suo ordine – quelle che una volta si chiamavano “buona stampa” -  come “taxi a pagamento” per idee contrarie alla dottrina cattolica e alla verità sull’uomo.

Senza dimenticare che don Alberione volle per la sua famiglia il nome dell’apostolo delle genti, quel Paolo di Tarso che nella prima lettera ai Corinti scrive questo terribile ammonimento: “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.” Prima che nascesse il “politicamente corretto”, si parlava così.


Insomma, quella pubblicità su Famiglia Cristiana è una brutta pagina di omologazione al pensiero unico dominante, è il simbolo dell’accettazione acritica di un messaggio che è sbagliato nei contenuti e nello stile, e – diciamocelo fuori dai denti – anche una brutta prova di cinismo verso il vasto pubblico dei propri lettori. Verso tutte quelle mamme di Pierino che una famiglia cristiana continuano a pensarla con marito, moglie e figli. E che hanno vissuto benissimo per decenni senza discettare di lesbiche, gay e omofobia.


Animalizzare l’Uomo: “gli anziani si sbrighino a morire”

J.B.S. Haldane nel 1924 pubblicò “Dedalo o la scienza e il futuro” un saggio sul futuro dell’Uomo. Haldane fu anche uno dei padri del neodarwinismo.

Oggi la sua visione sta diventando realtà.

Nel saggio Daedalus; or, Science and the Future, pubblicato nel 1923 il biologo John Burdon Sanderson Haldane, appartenente alla Società Eugenetica e uno dei padri del neodarwismo (Sintesi Moderna), proponeva una società nella quale la visione antropologica sarebbe stata dettata da quella scaturita dalle teorie biologiche sull’origine dell’uomo, teorie rivelatrici di una essenza in ultima analisi animale dell’essere umano.

Da quel saggio prese spunto il romanzo utopistico Brave New World che fu pubblicato nel 1932 dallo scrittore Aldous Huxley, fratello di un altro dei padri del neodarwinismo e primo presidente dell’Unesco, Julian Huxley.

Tra i punti principali di questo programma avevano un particolare risalto le politiche eutanasiche per gli anziani. L’essere umano considerato come un animale tra gli animali non aveva alcuno status particolare che lo ponesse al di là di pure considerazioni utilitaristiche ed economiche, quindi nel momento in cui avesse iniziato ad invecchiare divenendo un carico economico per la società, sarebbe stato avviato verso dei centri per la pratica dell’eutanasia.

Ma quella che doveva sembrare solo un’utopia in un tempo breve, se misurato in termini storici, sta prendendo forma sotto i nostri occhi, è solo del 22 gennaio la notizia che il Ministro delle finanze del Giappone, Taro Aso, ha auspicato che gli anziani “si sbrighino a morire“. La notizia è stata riportata dal Guardian in un articolo intitolato “Lasciate che gli anziani “si sbrighino a morire”, dice il ministro giapponese“:

Taro Aso, il ministro delle Finanze, ha detto lunedì che agli anziani dovrebbe essere consentito di ”sbrigarsi a morire” per alleviare la pressione sullo stato per pagare le loro cure mediche. “Il cielo non voglia che si sia costretti a vivere quando si desidera morire. Mi sveglierei con una sensazione sempre peggiore sapendo che [il trattamento] viene interamente pagato dal governo”, ha detto nel corso di una riunione del Consiglio nazionale per le riforme sulla sicurezza sociale. “Il problema non sarà risolto a meno che non li si lasci affrettarsi a morire.”

 

La vita umana, una volta che si sia negato il “salto ontologico”, viene ad essere regolata dalle stesse leggi che valgono per gli animali da allevamento: le leggi dell’economia.

E’ dunque assolutamente coerente con questa visione che sia il Ministro delle Finanze e non quello della Salute ad occuparsi dell’eutanasia.

E a conferma di ciò, anche per l’aborto le motivazioni di tipo economico vengono ad assumere un peso sempre crescente. E infatti le stesse motivazioni economiche associate all’animalizzazione dell’Uomo sono quelle che poi portano a quell’aberrazione del pensiero che è costituita dall’ipotesi dell’ “aborto post nascita“, riportato recentemente all’attenzione in un convegno all’Università di Torino, come riferito dall’Avvenire del 12 gennaio scorso nell’articolo Aborto post-nascita, si riapre la polemica:

Per chi avesse ancora il dubbio – assai lecito e comprensibile – di non aver capito bene la tesi di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, ieri all’università di Torino i due giovani studiosi italiani docenti in Australia la ribadivano a chiare lettere: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita».

Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di persona, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto, anche quando il neonato non ha alcuna disabilità ma ad esempio costituisce un problema economico o di altra natura per la famiglia.

L’utopia antiumana di J.B.S. Haldane è dunque oggi molto più di una proposta, le idee deliranti di un gruppo di scienziati della prima metà del ’900 sta diventando consenso sociale, e la visione darwiniana dell’Uomo come essere che differisce in grado, e non in sostanza, dagli animali è indispensabile per ottenere tale consenso.

Ed ecco perché oggi più che mai è necessario che si faccia luce su cosa la scienza veramente afferma, e su cosa non può affermare, sull’Uomo.

 


«Nel mondo c'è posto per tutti»

di Benedetta Consonni27-01-2013

 

Leandro Aletti, ginecologo che ha lavorato soprattutto in Mangiagalli a Milano, è noto alle cronache per le battaglie contro l’aborto e per le denuncie fatte e ricevute nel corso del suo impegno. Durante l’intervista il rischio di aver in mente un articolo “già fatto” in cui far rientrare le parole dell’intervistato è fortissimo: farsi raccontare tutti i fatti, le ingiustizie e spiegare tutte le sue motivazioni. Ma per fortuna la verità è più forte di tutti i pezzi già scritti in testa e Leandro Aletti racconta solo alcuni fatti che hanno segnato la sua storia, per il resto “lascia la scena” a Cristo, vero fondamento.

“Il 28 dicembre 1936 il Cardinal Schuster consacrò l’altare della Chiesa di San Giuseppe in Policlinico ai Santissimi Innocenti – racconta Aletti – Sempre il 28 dicembre, ma del 1988, dalle pagine del quotidiano Avvenire, io e il collega Luigi Frigerio abbiamo denunciato la pratica di un aborto terapeutico al quinto mese di gravidanza all’interno della clinica Mangiagalli. La bambina aveva un’anomalia fetale, un cromosoma in più, che significa che rischiava di nascere sterile. La bambina era normalissima». Una denuncia a cui seguirono diverse tribolazioni per il medico Aletti, che però non si sofferma su questo, ma va dritto al punto. «Fino a quando avrò fiato non mi interessa giustificarmi perché chi mi giustifica è un Altro. Il punto è il fondamento da porre, cioè Gesù Cristo, se non avessi fatto questo, avrei passato il mio tempo a giustificarmi» dice il ginecologo, che ha potuto contare il genetista e servo di Dio Jérôme Lejeune tra i suoi difensori.

Gli scappa solo un anedotto. “Ad un processo mi è stata fatta questa domanda per inquadrare la mia personalità: lei in che cosa crede? Io ho risposto una cosa molto semplice: mettete a verbale il Credo della Chiesa Cattolica, che io dico tutte le domeniche, per intero per favore. Allora si alzò il presidente dicendo che la domanda non era pertinente, perciò agli atti del processo non figurò mai questa domanda. Fui assolto”.

Leandro Aletti ha 8 figli e 8 nipoti, forse l’obiettivo ricercato da chi ama tanto la vita, eppure racconta Aletti: “Io non volevo niente. Semplicemente quando uno si sposa, si esprime con il corpo che ha e se tu dici a una donna che la ami, lo esprimi anche con il tuo corpo. Non c’è da censurare nulla. Oggi si fa la censura con la pillola contraccettiva. La mentalità è ormai questa, poi si può sbagliare anche 120.000 volte e non sta a me giudicarlo, però non posso non dire che la strada è un’altra”. Infatti Aletti è un ginecologo obiettore di coscienza. “La storia dell’obiezione di coscienza è molto semplice, – spiega – tutti gli uomini sono nati da una donna e tutti sono passati da un organo che si chiama utero, anche quelli nati con l’embryo transfer, ovvero la fertilizzazione artificiale. Nel Te Deum si canta: Non horruisti uterum virginis, che significa: non hai avuto orrore di passare attraverso l’utero di una donna. Questo ginecologicamente è interessantissimo, perché significa che attraverso Gesù, che è vero Dio e vero uomo, l’infinito è entrato nel ventre di una donna”. Una visione che lascia trasparire tutta la sacralità, dolcezza e mistero della maternità. Continua Aletti: “Se tu guardi bene tutti in faccia, a qualsiasi latitudine e longitudine, sai che tutti hanno una mamma. Di tutti questi uomini, nessuno ha chiesto il permesso di venire al mondo, me compreso. Soltanto Uno ha chiesto il permesso di venire al mondo e che cos’è successo? Che l’Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria. E quella donna di 15 anni è stata messa in cima al Duomo di Milano e io lo dico ai miei figli e a tutti quelli che incontro che quella è la mia mamma. Questo lo dico abbassando il capo, perché non sono degno di guardare quella donna e mi debbo convertire”.

La Madonna è un modello di accoglienza per tutte le mamme, anche per quelle per cui la gravidanza costituisce un momento di prova. «Il problema è che la diagnostica prenatale – spiega Aletti - tesa ad individuare embrioni malformati da sopprimere con aborto selettivo è razzismo, mentre al mondo c’è posto per tutti, sani e non sani. Tutti quelli che sono venuti al mondo hanno una mamma e quindi il punto qual è? L’accoglienza, di cui la Madonna è il paradigma». Maria, che con il suo sì ha detto sì alla vita. «Quando non accogli ti schieri con la morte e purtroppo una donna che non dice sì alla vita vivrà un tormento per tutta la vita. Le donne vanno aiutate e non lasciate sole». Continua Aletti: “In Italia con la legge 194 sono stati fatti 6 milioni di aborti: per avere questo dato basta prendere i dati della relazione annuale al Parlamento del Ministero della Salute e sommare tutti gli aborti da quando esiste la legge. Questi 6 milioni di persone che mancano hanno una notevole ripercussione economica: significa che in Italia manca una generazione e mezza e il mercato è fermo perché manca l’utenza. Madre Teresa di Calcutta, quando ritirò il premio Nobel per la pace disse: l’aborto creerà più danni della bomba atomica”.

Due incontri speciali hanno segnato la vita di Aletti, con Arturo e con Leandro, due bimbi morti subito dopo la nascita, di cui il ginecologo ci racconta la storia per far sapere a tutti che esistono anche Arturo e Leandro. “Erano le due di notte – ricorda Aletti – ed è nato un bambino alla quindicesima settimana, che sai benissimo che muore, anzi è campato 10 minuti di orologio l’Arturo. Ho chiesto alla mamma: lo vogliamo battezzare? La mamma mi ha detto di si. Signora possiamo chiamarlo Arturo? Bene, io ho battezzato l’Arturo, non lo so perché proprio Arturo. Se avessi chiamato il cappellano sarebbe morto prima del suo arrivo. Un collega, che passava di lì, mi dileggia e mi dice: Aletti non buttare l’acqua su quel bambino, cosa fai? Io gli ho risposto: l’Arturo è campato 10 minuti, ha cercato di fare un vagito appena, ma l’ho battezzato perché riconosco che l’Arturo come me (e l’ho chiesto anche alla mamma naturalmente) è chiamato allo stesso destino mio”.

Al secondo incontro speciale invece Aletti dà il suo nome, Leandro. “Leandro è nato al quinto mese ed è ricoverato in una struttura di cui io ero il direttore. Il medico che lo ha ricoverato giustamente ha scritto aborto inevitabile. La situazione purtroppo era così. Il medico ha fatto notare questo alla madre, che ha disconosciuto il figlio, cioè non lo ha voluto perché era un aborto. Non le interessava la sepoltura. Quindi questo bambino è completamente abbandonato. I medici non sapevano cosa fare e lo avevano messo in un bidoncino. Quando sono arrivato mi hanno fatto presente la situazione. Io mi sono fatto portare dell’acqua e ho detto: come potete vedere questo è un uomo. Leandro io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Leandro è campato un giorno. E’ stato messo in una piccola culletta, dove ogni tanto qualcuno andava a bagnargli le labbra. E’ morto la sera stessa”.

Due storie apparentemente tristi, ma che sono storie di vita, anche se dura soltanto dieci minuti. “Siamo rimasti in tre gatti a dire queste cose, ma non importa, io sono felice. Non è questione di coraggio, io non ho nessun coraggio e non sono un eroe, lo scriva, anzi davanti a queste questioni è meglio mettersi in ginocchio e farci aiutare dalla Madonna” conclude Aletti. E così mi capita di terminare un’intervista coma mai avevo fatto prima. Aletti mi dice: preghiamo. Fa il segno della croce e diciamo insieme un’Ave Maria alla Madonna, nelle cui mani ricolme di grazie affido l’intervista che ho appena raccolto.


Dagli ibridi ai cavernicoli: quando l’uomo
diventa cavia

Gli esperimenti estremi, annunciati con clamore, che riducono l’essere umano a
materiale biologico sul quale effettuare test ne calpestano la dignità E puntano a far
digerire pratiche contro la sua natura

Un soggetto per un film di fantascienza, una provocazione per andare sui
giornali di mezzo mondo, una richiesta choc che anticipa quel che la scienza
ci riserva per il futuro, una colossale fesseria: sono tanti i modi in cui è stata
commentato l’annuncio di George Church, della Harvard Medical School, che
si è detto pronto a far nascere un clone di un uomo di Neanderthal purché si
presenti una donna «avventurosa» disponibile a portare avanti la gravidanza.
Dopo le reazioni – fra lo stupito, l’esterrefatto e il divertito – suscitate, lo
scienziato è parzialmente tornato indietro, ma in modo non del tutto credibile,
visto che aveva suggerito anche la procedura da seguire: essendo riuscito a
ricostruire gran parte del patrimonio genetico del Neanderthal da ossa fossili,
lo avrebbe voluto iniettare nelle cellule staminali di un embrione umano
allo stadio iniziale, in modo da farlo sviluppare nella sua direzione, e non
in quella dell’Homo Sapiens, e dopo qualche giorno avrebbe provveduto a
trasferirlo nell’utero di una volontaria. Insomma: un pochino lo scienziato ci
aveva pensato per davvero, non è stata una frase buttata là per caso, magari
sfuggita davanti a un giornalista pronto a prendere appunti.
Tecnicamente la cosa non è fattibile,come si sono affrettati a dichiarare noti
studiosi del settore, e come pure lo stesso Church dovrebbe sapere. E quindi
non varrebbe neppure la pena di commentare quella che potrebbe essere
niente più che una sparata se non fosse che, in fondo in fondo, non possiamo
negare con assoluta sicurezza che qualcuno, da qualche parte del mondo,
non ci stia già provando, o almeno pensi di farlo: in questo ambito oramai
– cioè in tutte le varianti possibili delle tecniche di fecondazione assistita –
siamo pronti a tutto, almeno a livello di possibilità teorica.
Abbiamo visto il battage per ottenere gli embrioni ibridi umano-animali,
con tanto di inchieste parlamentari per stabilirne la natura, e sappiamo
che le autorità inglesi hanno autorizzato l’esperimento, pur essendo anche
quello, notoriamente, non realizzabile dal punto di vista scientifico, tanto che
nessuno poi ha finanziato la ricerca, che si è spenta da sé. Sappiamo che

da qualche parte, nel mondo, esistono una ventina di bambini – ragazzi,
ormai, se ancora sono vivi – generati con il Dna proveniente da tre persone
anziché due, e che l’esperimento è stato bloccato dalle autorità americane
per via del numero elevato delle malformazioni. Sappiamo dei tentativi di
produrre gameti femminili e maschili in laboratorio, da staminali: per ora si
sta lavorando sugli animali, ma l’obiettivo è l’uomo. Un esperimento che,
se realizzato, consentirebbe il concepimento di esseri umani "figli" di linee
cellulari.
Abbiamo anche visto depositare i lbrevetto, realizzato da studiosi spagnoli,
per inserire il "codice a barre" negli embrioni: micro-dispositivi in silicio, non
tossici, sono già stati utilizzati per identificare i topi, micro-targhette inserite in
embrioni murini nelle prime ore di esistenza, e ci si propone di fare altrettanto
per gli umani, in modo da minimizzare gli errori nei laboratori di fecondazione
assistita. E potremmo continuare, purtroppo, per un bel pezzo, con la fiera
delle mostruosità realizzabili – e a volte realizzate.
Tutta questa fioritura di idee, fra Frankenstein e Jurassik Park, passando
per Alien, un primo, importante risultato già lo ha ottenuto: le ditte per lo
stoccaggio di embrioni congelati, conservati in magazzini appositi a decine
di migliaia, la distruzione in massa di embrioni "abbandonati", la creazione
di embrioni per la ricerca scientifica, la "riproduzione collaborativa", in cui c’è
chi affitta l’utero, chi vende gameti su catalogo, o chi se li scambia in famiglia,
e nasce un bambino figlio di tutti e di nessuno, gravidanze costruite come
dei puzzle, in cui padre e madre sono talmente frammentati da non riuscire
neppure a individuarli con un nome, e bisogna metterci un aggettivo vicino
(sociale, biologico, prevalente) per collocarli nella rete parentale, sempre più
indefinita... Cosa volete che sia tutto questo, oramai diventato usuale sotto il
nostro cielo, di fronte alla possibile clonazione di un lontano estinto? Ci siamo
abituati a tante cose! E forse, più o meno inconsapevolmente, piano piano ci
stiamo preparando pure ad accogliere il ritorno dell’uomo di Neanderthal.
Assuntina Morresi


TI PREGO DI DEDICARE SOLO 5 MINUTI DEL TUO TEMPO A QUESTA E-MAIL..

Volevo informarti dell’iniziativa “ONE OF US” (uno di noi). Si tratta di una raccolta di firme dei cittadini europei per il riconoscimento dei diritti umani ad ogni essere umano concepito. NON SI RICHIEDE NESSUNA SOTTOSCRIZIONE, NE’ VERSAMENTO DI SOLDI. Si tratta solo di una petizione on-line per manifestare la volontà di proteggere la vita di ogni essere umano concepito e per poter rendere la nostra società più civile.

 

Maggiori informazioni sull’iniziativa sono disponibili a fondo pagina.

 

È possibile fornire la propria adesione on line al sito:

 

http://www.oneofus.eu/it/

 

Per ulteriori informazioni:

tel. 06.68301121

fax: 06.6865725

mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

TI PREGO DI DIFFONDERE QUESTA E-MAIL A TUTTI I TUOI CONTATTI!

PROTEGGERE LA VITA FIN DAL CONCEPIMENTO SIGNIFICA PROTEGGERE CIO’ CHE SOLO “QUALCHE ANNO FA” SIAMO STATI ANCHE NOI NELLA PANCIA DELLA NOSTRA MAMMA!

 

Grazie per il tuo interesse e la tua firma!

 

A presto!

 

Vincenzo Cascioli

 

Iniziativa dei Cittadini Europei “Uno di Noi”

Che cos’è una iniziativa dei cittadini europei?

Un’iniziativa dei cittadini europei è un nuovo strumento di democrazia partecipativa. E ‘un invito alla Commissione europea a proporre una legislazione in materia di cui l’UE ha competenza a legiferare. Un’iniziativa dei cittadini deve essere sostenuta da almeno un milione di cittadini europei, provenienti da almeno 7 dei 27 Stati membri. Un’iniziativa dei cittadini è possibile in qualsiasi campo in cui la Commissione ha il potere di iniziativa legislativa.

L’iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi”  – 1 milione di firme – una tappa storica nella protezione della vita in Europa

“Uno di noi” è una delle prime iniziative dei cittadini europei registrati nell’Unione europea. Il suo obiettivo è quello di far progredire notevolmente, in Europa, la protezione della vita umana sin dal concepimento  – entro i limiti della competenza dell’Unione Europea. Sulla base della definizione di embrione umano come l’inizio dello sviluppo dell’essere umano, come è stato affermato in una recente sentenza della Corte di giustizia (Brüstle vs Greenpeace), “Uno di noi” chiede alla UE di porre fine al finanziamento di attività che presuppongono la distruzione di embrioni umani, in particolare nei settori della ricerca, dello sviluppo e della salute pubblica. Ciò avverrà attraverso un cambiamento del regolamento finanziario dell’Unione europea che determina la spesa del bilancio dell’UE. Un divieto di tale finanziamento contribuirà notevolmente alla coerenza all’interno dell’UE.

 

Potenziale impatto

L’iniziativa dei cittadini europei “Uno di Noi”ha un  maggiore potenziale politico rispetto a qualsiasi iniziativa voluta  e  che è stata intrapresa finora per tutelare la dignità della persona e della vita dal suo concepimento su scala europea. Se un consenso sarà raggiunto tra 1 milione di cittadini, o più, si potrebbe stabilire uno standard etico il più concreto  possibile in tutta Europa per quanto riguarda il rispetto della dignità di ogni membro della famiglia umana, non importa quanto giovane sia. Il risultato auspicato dell’iniziativa è il divieto concreto delle politiche  che distruggono la vita contenute nel bilancio dell’UE, nonché un cambiamento politico e una maggiore consapevolezza della necessità di rispettare la volontà dei tanti cittadini europei . Inoltre, la competenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, dove sono pendenti molti casi di carattere bioetico, potrebbe essere influenzata positivamente.

Organizzazione

Uno di noi si basa su un ampio sostegno: chiese, politici, deputati e leader della società civile si sono impegnati a sostenere l’iniziativa voluta in vari modi. Oltre alla commissione competente, composta di sette cittadini di paesi diversi, c’è un ufficio di coordinamento centrale che guida la campagna organizzativa dell’ iniziativa.

 

Un Natale speciale

Un Natale speciale

“Carissimi ospiti, i ragazzi delle scuole medie e superiori dell’oratorio hanno preparato per voi uno spettacolo dal titolo La magia del Natale. Nell’attesa che i nostri attori entrino in scena, vi auguro una piacevole visione”.

Le parole del direttore della casa di riposo echeggiarono nell’ampia sala. Di fronte a un palcoscenico improvvisato erano seduti gli anziani ospiti. Seguivano interessati la presentazione e attendevano con trepidazione l’inizio dello spettacolo.
Il sipario si aprì e apparve un gruppo di ragazzi con i costumi dei personaggi del presepe. La rappresentazione si svolse alternando parti recitate a canti natalizi. Al termine i giovani attori scesero dal palco e passarono tra il pubblico entusiasta donando caramelle.
Nel corridoio il personale della casa di riposo aveva allestito dei tavoli con panettoni e torte. Dopo il brindisi d’augurio noi ragazzi passammo a distribuire le fette di dolci, intrattenendoci a parlare con gli anziani: ascoltavamo incuriositi i ricordi dei Natali vissuti nella loro infanzia.

“Il regalo più bello l’ho ricevuto a 8 anni: è stato un paio di forbicine da ricamo. Nella stagione invernale, quando non si andava a lavorare nei campi, mi piaceva ricamare asciugamani e lenzuoli. Adesso non è più usanza, ma ai miei tempi ogni ragazza doveva avere il corredo” raccontava Rita, 78 anni, con una triste nota di nostalgia che arrivava al cuore.
“Non ho mai ricevuto giocattoli o doni particolari, per me era già una festa quando mia mamma portava in tavola frutta secca e mandarini. Il giorno di Natale non facevamo un grande pranzo ma queste due prelibatezze non potevano mancare” ricordava Rosalba, posando lo sguardo sulla fetta di panettone che teneva fra le mani incartapecorite.
“C’era anche chi faceva penitenza fino alla vigilia. Mia nonna metteva nel piatto della minestra un cucchiaio di cenere presa dalla stufa e mangiava quello. A voi giovani sembra una cosa fuori dal mondo, ma allora funzionava in questo modo, anche a Natale.”

Mi sentivo quasi in colpa pensando all’abbondanza della mia tavola e a tutti i regali che avevo ricevuto, spesso senza neanche desiderarli. In quel momento mi sembrarono del tutto immeritati.
Mentre gli anziani prendevano confidenza e le loro parole fluivano sull’onda dei ricordi, nei loro occhi si accendeva una vitalità inaspettata, quella che àncora l’esistenza al vigore della gioventù.
L’espressione gioiosa dipinta sui volti degli attempati ospiti sembrava contrastare con il deperimento fisico dei corpi, animandoli di ritrovata energia.

E’ stato il primo Natale in cui mi sono sentita veramente viva. Ho aderito all’iniziativa dello spettacolo con il desiderio di rompere, almeno per un’ora, la monotonia della vita degli anziani, scandita da ritmi sempre uguali.
Volevo portare un po’ di allegria e di colore nei locali asettici della casa di riposo, ma il dono di vivere una forte emozione l’ho ricevuto io stessa.  Vedere i loro volti felici mentre ci applaudivano e la loro espressione animarsi durante i racconti,  è stato un grande regalo. Mai come in questa occasione ho vissuto lo spirito più genuino del periodo natalizio. A volte sono i doni più semplici a renderci davvero felici.

Ho spesso sentito dire che le persone anziane sono una ricchezza per le nuove generazioni, che hanno tanto da trasmetterci e da insegnarci. La realtà però mi ha sempre rimandato un messaggio diverso: le famiglie sovente non riescono a gestirli, sempre più frequentemente ci si rivolge a badanti, le case di riposo sono insufficienti e a volte economicamente inaccessibili. Non di rado gli anziani sono lasciati soli.
Sono uscita dalla casa di riposo arricchita della consapevolezza che gli anziani hanno davvero tanto da dare. Un senso di semplicità e di essenzialità che offre una visione della vità vera e umana, aiutandoci a dare un valore più equilibrato ai diversi aspetti della quotidianità.
Basterebbe dare loro un’occasione.


Ha fatto il giro del mondo la foto pubblicata sufacebook da Alicia, la mamma della piccola Nevaeh Atkins nata il 9 ottobre a Glendale in Arizona.

Nevaeh, quando crescerà, potrà veramente dire che in quell’album di fotografie – quello che abbiamo tutti con le foto più belle dai primi giorni in braccio alla mamma fino ai primi passi – ci sono tutti gli scatti dei momenti più significativi dei suoi primi anni di vita: il papà Randy è infatti riuscito a scattare addirittura una spettacolare foto della piccola poco prima che nascesse, nel momento in cui, ancora dentro il pancione della mamma, stringeva il dito del medico che la stava aiutando a nascere con un parto cesareo.

Non c’è nulla di “straordinario” secondo i criteri della scienza (si tratta del “riflesso di prensione palmare”, che porta i neonati a stringere il pugno istintivamente quando qualcosa sfiora il palmo della loro manina), eppure, a giudicare dai circa 15.000 “mi piace” su facebook e dai commenti di commozione, lo spettacolo della vita stupisce sempre, e un gesto come quello di un neonato che stringe il dito – a maggior ragione se ancora “non giuridicamente nato” – mette tanta tenerezza nel cuore di chi assiste a questo semplice ma pur sempre straordinario momento.

Ancora più straordinario se si pensa ad uno scatto simile, risalente a circa dieci anni fa, che il New York Times aveva intitolato “The hand of hope”, “La mano della speranza”, la piccolissima mano di Samuel Alexander Arms e del dottor Bruner.
Samuel era un bimbo di sole 21 settimane di gestazione quando dovette subire un intervento all’interno dell’utero materno per correggere una malformazione – la spina bifida – che altrimenti non gli avrebbe lasciato alcuna speranza di vita; ad operazione quasi completata, sotto gli occhi stupiti del chirurgo e dell’equipe medica del Centro Medico Universitario di Vanderbilt, a Nashville, nel Tennessee, il piccolo Samuel sporse la manina e strinse il dito del dottor Bruner.

La spettacolare foto di quell’istante inaspettato – scattata dal fotografo Paul Harris che doveva documentare lo straordinario intervento – commosse il mondo: era un grido di speranza, di un bimbo non ancora nato giuridicamente, ma già persona, la cui vita era appesa ad un filo e lottava per vivere.

Samuel era dentro il pancione della mamma da sole 21 settimane, ma era già un bambino a tutti gli effetti, come la piccola Nevaeh o tutti i neonati del mondo; aveva bisogno di cure ed è stato curato, e pensare che le leggi di tanti Paesi del mondo negano che fosse un bambino e l’avrebbero “curato” con una ben altra “terapia”: “aborto terapeutico” lo chiamano, ed è consentito “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro” (art. 6 legge 194/78).


"La colonizzazione della natura umana"

Sintesi introduttiva del Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della
Chiesa nel mondo

ROMA, 23 Dicembre 2012 (Zenit.org) - Riportiamo la prima parte della sintesi
introduttiva del Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo
(Cantagalli, Siena 2012), di Flavio Felice, Stefano Fontana, Fernando Fuentes
Alcantara, Daniel Passaniti, Manuel Ugarte Cornejo1.

***

Nel corso del 2011, anno cui si riferisce questo Quarto Rapporto, è emerso
in tutta la sua forza sovversiva il fenomeno della “colonizzazione della natura
umana”. Riteniamo che sia questo il dato nuovo che interessa la Dottrina
sociale della Chiesa e che impone di riconsiderare le strategie culturali e
politiche che ad essa si ispirano a livello mondiale. Anche in questo anno sulla
scena mondiale si sono manifestati gravi emergenze legate alla povertà o
allo sfruttamento, ma riteniamo che, pur nella loro drammaticità, esse non
costituiscano una novità né forse un danno paragonabile alla “colonizzazione
della natura umana”, un fenomeno che si sta imponendo su vasta scala anche
per le grandi risorse che vi sono impiegate e per la mobilitazione militante dei
media ed ha un carattere sovversivo dei legami sociali, di frammentazione
funzionale dei rapporti, di accentuato individualismo disincarnato e che mira a
riplasmare le relazioni sociali non più sulla base della natura umana ma sulla
base di un desiderio individuale autoreferenziale.

Basterebbe guardare al caso dell’Argentina, che illustriamo nella sezione dei
Cinque Continenti. Nel giro di un solo anno – il 2011 appunto – quel grande
Paese di tradizione cristiana ha avuto una legge sulla procreazione artificiale
che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla
“identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del
Codice civile per permettere l’”utero in affitto” che ha denaturalizzato la
genitorialità. Alcune leggi in questione sono state approvate nei primi mesi del
2012, ma sono state discusse ed elaborate nell’anno precedente. Qualcuna
è ancora all’esame di un ramo del Parlamento dopo essere stata approvata
dall’altro, ma la tendenza è chiarissima. Nel giro di un solo anno è stata
rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la
nozione di “natura umana” ed è stata posta in angolo l’ispirazione della fede
cattolica per la costruzione della società.

Sbaglierebbe chi considerasse le tematiche della procreazione e della famiglia
come settoriali. Esse hanno una influenza strutturante sull’intera società e,
quindi, le nuove leggi argentine decostruiranno l’intera società attuale per
formarne un’altra completamente diversa. Non si tratta di ritocchi. Dalla
Spagna l’Argentina aveva importato ed ereditato la visione cristiana della
persona e della vita e gli argentini hanno sempre sostenuto che questa eredità
fa parte dell’identità nazionale del Paese. Ora, dalla Spagna secolarizzata
l’Argentina ha importato il contrario, ossia il chiaro rifiuto di una vita morale
e religiosa improntata alla natura creata e alla fede cattolica in cambio di una

visione libertaria radicale, per la quale la natura viene contrapposta alla cultura
e la libertà viene concepita come emancipazione dalla natura.

Dietro queste leggi, che ormai aggrediscono i Paesi latinoamericani e non solo
(nelle Filippine la Chiesa sta conducendo una dura battaglia contro la legge
sulla contraccezione che è l’inizio della nuova impostazione postnaturale della
procreazione e della famiglia) con una velocità e una violenza destabilizzanti
molto preoccupanti, c’è una ideologia, l’ideologia del genere, ci sono grandi
risorse economiche investite da lobbies internazionali e ci sono appoggi
politici di Stati e di organismi internazionali: l’Unione europea è la principale
finanziatrice dell’aborto nel mondo e le agenzie dell’ONU sono attivissime nel
farsi tramite di queste nuove ideologie antinaturali ed antifamiliari. Si tratta di
punti di domanda molto impegnativi sull’utilità e la sostenibilità etica di questi
organismi.

Per questo motivo il nostro Quarto Rapporto ha dedicato lo studio del problema
dell’anno all’ideologia del genere e ha segnalato come principale insegnamento
dell’anno il discorso di Benedetto XVI al palazzo del Reichstag di Berlino del 22
settembre 2011, ove il Santo Padre ha riproposto la dottrina della legge morale
naturale come base e fondamento del potere politico.

L’ideologia del genere si è diffusa, senza incontrare una vera opposizione, nei
Paesi avanzati ed ormai viene anche insegnata nei manuali scolastici delle
scuole pubbliche senza che questo faccia sorgere grandi contestazioni. Viene
ora esportata con sistematicità nei Paesi emergenti e poveri. E’ una ideologia
sottile e pervasiva, che si appella ai “diritti individuali”, di cui l’Occidente ha
fatto il proprio dogma, e ad una presunta uguaglianza tra individui asessuati,
ossia astratti, per condurre una decostruzione dell’intero impianto sociale.
Se non il sesso, come dato antropologico complessivo, ma la sessualità come
comportamento è all’origine delle relazioni sociali, allora queste non ci sono
“date” ma sono da noi “scelte”. Alla base ci sarebbero individui astratti che
sceglierebbero in seguito il loro orientamento sessuale senza alcun riferimento
al dato naturale. Si tratterebbe della discriminazione dell’eterosessualità, ossia
della differenza sessuale, e della imposizione culturale della transessualità,
ossia dell’indifferenza sessuale. Si tratterebbe dell’assoluto dominio della
tecnica sulle relazioni umane. La tecnica ha reso possibile l’emancipazione della
cultura dalla natura e quindi ha reso possibile essere mamma senza essere
donna, essere padre senza essere uomo, essere uomo pur essendo donna ed
essere donna pur essendo uomo, essere padre o madre senza sapere di chi ed
essere figlio senza sapere di quale padre o di quale madre. La tecnica rende
possibile la sessualità s-naturata, quindi come puro esercizio tecnico da parte
di un essere privo di identità. Nella società avanza non l’assolutizzazione del
sesso ma della sessualità e la messa da parte del sesso, di cui parla ormai
quasi solo la Chiesa cattolica.

L’ideologia del gender è un nuovo colonialismo dell’Occidente sul resto del
mondo. La vecchia colonizzazione tra i tanti aspetti negativi ne aveva avuti
anche di eroici ed era sospinta da un desiderio di esportare qualcosa di
significativo. Questa nuova colonizzazione occidentale è invece l’esportazione
del nulla. Individui astratti e asessuati sono infatti privi di identità se non
quella che essi stessi arbitrariamente si danno. Nella loro ricerca di liberarsi

da ogni caratteristica naturale, sottraendosi ad una educazione sessuata
ossia identitaria, essi rimandano tale loro identità a future scelte e a futuri
contratti con gli altri individui, soggiacendo al peggiore dei condizionamenti: il
condizionamento del nulla.

La nuova ideologia del genere promana in tutti gli aspetti della società e
la riplasma su basi innaturali. In tutti gli Stati in cui le coppie di fatto o le
unioni gay vengono riconosciute segue inevitabilmente la riforma del diritto di
famiglia, del regime fiscale, delle finalità e dei metodi delle strutture educative.
L’impossibilità di condannare moralmente l’omosessualità per non rischiare
di esseri accusati di omofobia compromette la libera espressione delle idee,
l’educazione dei figli, la difficoltà a proporre pubblicamente il modello di
famiglia eterosessuale. Le “nuove famiglie” vengono promosse dai media senza
possibilità di contraddittorio perché si tratta di un pensiero unico imperante.

I poteri pubblici abdicano al loro ruolo di tutelare la moralità pubblica della
società. Astenendosi dal promuovere una visione legata alla legge morale
naturale in questi campi fondativi, limitandosi a registrare i desideri dei
cittadini confermandoli in diritti, accettando un completo pluralismo di
comportamenti etici, i poteri pubblici si ritirano dall’etica, senza poi più
poter recuperare tale dimensione in altri campi della vita sociale, perché
è venuta meno in quelli fondamentali. Se le relazioni sono solo tecniche
ed individualistiche nel campo della procreazione e della famiglia, se la
complementarietà e l’unità delle differenze non si realizzano nell’incontro tra
uomo e donna, come potranno riprodursi negli altri rapporti umani?

La gravità della situazione non è diffusamente percepita e gli attori
della Dottrina sociale della Chiesa ad ogni livello inseguono tante altre
problematiche, certamente da non sottovalutare, ma non si concentrano su
questa sfida essenziale. Essenziale perché destruttura le essenze e trasforma
la società in una serie di ruoli funzionali regolati da procedure contrattate. Se
essere uomo ed essere donna è solo una funzione assunta volontariamente,
tutte le altre dimensioni della società diventeranno delle funzioni da assumere
volontariamente. Ma una società senza doveri non può sopravvivere.

La sovversione portata avanti da queste nuove teorie riguarda anche la
religione cattolica. Abbiamo fatto prima l’esempio dell’Argentina, un grande
Paese di tradizione cristiana. La demolizione del concetto di natura umana e
la sua colonizzazione da parte di un pensiero post-naturale se a prima vista
sembrano diretti contro la natura, ad un esame più approfondito risultano
essere contro la religione cristiana. Abolendo per legge la famiglia naturale, si
impedisce di fare esperienza della famiglia. Ora, fare esperienza della famiglia
ha una funzione sociale, in quanto è il fondamentale apprendistato della
vita in società, ma ha anche una funzione religiosa, in quanto tutto il lessico
della vita cristiana è un lessico ”familiare” e chi non sa cosa voglia dire
Padre, Madre, Figlio, Sposa, Sposo non può comprendere la rivelazione
cristiana. Non fare esperienza della famiglia naturale distrugge la società e
soprattutto distrugge la Chiesa. In Argentina, come in tanti altri Paesi, si vuole
che il cristianesimo sparisca, privandolo delle condizioni naturali per essere
conosciuto e compreso.

Il processo di congedo dalla natura intrapreso dalle leggi che destrutturano
la procreazione sessuata e la famiglia naturale si fonda su una concezione
sbagliata della natura, cui si può rispondere solo con una battaglia culturale
all’altezza della sfida in atto. La natura viene qui intesa come semplice
dato biologico. La si considera quindi secondo la prospettiva positivista e
materialista. Il dato biologico, preso solo come tale, non può esprimere una
forma ed essere fonte di una identità. Esso è semplicemente un fenomeno
conseguente ad una catena di causalità deterministiche. Ma la natura ha
anche un altro significato, cui si accede solo con una razionalità non di tipo
positivistico. L’identità sessuata, che ha anche una imprescindibile base
materiale, non si limita ad essa ma esprime una forma dell’essere persona.
Siccome siamo forme incarnate, l’essere uomo e l’essere donna non può non
esprimersi anche in termini fisiologici, ma non si riduce ai soli aspetti fisiologici.
Questa dimensione risulta ad una visione metafisica della persona. Da ciò si
capisce che gli attori della Dottrina sociale della Chiesa non possono trascurare
questa dimensione del confronto culturale. Piegare la Dottrina sociale della
Chiesa sulle sole scienze sociali non è sufficiente per poter condurre questa
battaglia contro la colonizzazione della natura umana.

Con la Caritas in veritate di Benedetto XVI tutti questi temi sono entrati
ufficialmente nella Dottrina sociale della Chiesa. L’attenzione degli addetti
ai lavori però è ancora maggiormente concentrata su temi sociali più
tradizionali. Il popolo cristiano è poco informato su queste sfide. Una militanza
diffusa contro queste tendenze è difficile da attuarsi. Si sente la necessità
di un cambiamento di strategia che riveda le priorità. Questi temi, infatti,
condizionano anche tutti gli altri. E’ questo il motivo per cui nella sezione
“L’intervento dell’anno” abbiamo pubblicato un articolo di S. E. Mons. Crepaldi
sui cosiddetti “principi non negoziabili”, che hanno un valore strategico proprio
nel combattere le nuove ideologie radicali del genere e della distruzione
della famiglia. Essi non sono solo dei valori, sono dei principi, ossia delle
luci orientative. Gli attori della Dottrina sociale della Chiesa li dovrebbero
assumere come prioritari senza ambiguità. Ne dovrebbero trattare non solo
come argomenti settoriali, ma come luci che illuminano l’intera convivenza. Li
dovrebbero promuovere e mobilitare le coscienze al loro rispetto e alla lotta
pacifica contro chi li vuole eliminare.

Può sembrare, da queste nostre parole, che il futuro della fede cristiana
dipenda dalla tenuta della dimensione naturale nella procreazione e nella
famiglia e nella cultura che ne consegue. In realtà è vero il contrario: è il
futuro della dimensione naturale del bene umano che dipende dalla fede
cristiana. Quando gli uomini si allontanano da Cristo, perdono anche di
vista il loro autentico bene sul piano naturale. E’ per questo che l’impegno
deve certamente essere culturale, legislativo, politico perché la procreazione
naturale, la famiglia e l’accoglienza della vita non siano ridotte a funzioni, ma
siano viste come espressioni dell’essere della persona, nella complementarietà
irriducibile di maschio e di femmina, ma senza illudersi che questo diventi
possibile senza una profonda vita di fede e senza una nuova missionarietà
religiosa, che oggi si suol chiamare nuova evangelizzazione.

*

NOTE

1 Flavio Felice, Direttore dell’Area Internazionale di Ricerca “Caritas in Veritate”
della Pontificia Università Lateranense, Roma.

Stefano Fontana, Direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van
Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Trieste.

Fernando Fuentes Alcantara, Direttore della Fundación Pablo VI, Madrid.

Daniel Passaniti, Direttore esecutivo CIES-Fundación Aletheia, Buenos Aires.

Manuel Ugarte Cornejo, Direttore del Centro de Pensamiento Social Católico
della Universidad San Pablo di Arequipa, Perù.


Il miracolo


Questa è la storia vera di una bambina di otto anni che sapeva che l'amore può fare
meraviglie.
Il suo fratellino era destinato a morire per un tumore al cervello. I suoi genitori erano poveri,
ma avevano fatto di tutto per salvarlo, spendendo tutti i loro risparmi.

Una sera, il papà disse alla mamma in lacrime: "Non ce la facciamo più, cara. Credo sia finita.
Solo un miracolo potrebbe salvarlo".
La piccola, con il fiato sospeso, in un angolo della stanza aveva sentito.
Corse nella sua stanza, ruppe il salvadanaio e, senza far rumore, si diresse alla farmacia più
vicina. Attese pazientemente il suo turno. Si avvicinò al bancone, si alzò sulla punta dei piedi
e, davanti al farmacista meravigliato, posò sul banco tutte le monete.
"Per cos'è? Che cosa vuoi piccola?".
"È per il mio fratellino, signor farmacista. È molto malato e io sono venuta a comprare un
miracolo".
"Che cosa dici?" borbottò il farmacista.
"Si chiama Andrea, e ha una cosa che gli cresce dentro la testa, e papà ha detto alla mamma
che è finita, non c'è più niente da fare e che ci vorrebbe un miracolo per salvarlo. Vede, io
voglio tanto bene al mio fratellino, per questo ho preso tutti i miei soldi e sono venuta a
comperare un miracolo".
Il farmacista accennò un sorriso triste.
"Piccola mia, noi qui non vendiamo miracoli".
"Ma se non bastano questi soldi posso darmi da fare per trovarne ancora. Quanto costa un
miracolo?".
C'era nella farmacia un uomo alto ed elegante, dall'aria molto seria, che sembrava interessato
alla strana conversazione.
Il farmacista allargò le braccia mortificato. La bambina, con le lacrime agli occhi, cominciò a
recuperare le sue monetine. L'uomo si avvicinò a lei.
"Perché piangi, piccola? Che cosa ti succede?".
"Il signor farmacista non vuole vendermi un miracolo e neanche dirmi quanto costa.... È per
il mio fratellino Andrea che è molto malato. Mamma dice che ci vorrebbe un'operazione, ma
papà dice che costa troppo e non possiamo pagare e che ci vorrebbe un miracolo per salvarlo.
Per questo ho portato tutto quello che ho".
"Quanto hai?".
"Un dollaro e undici centesimi.... Ma, sapete...." Aggiunse con un filo di voce, "posso trovare
ancora qualcosa....".

L'uomo sorrise "Guarda, non credo sia necessario. Un dollaro e undici centesimi è esattamente
il prezzo di un miracolo per il tuo fratellino!". Con una mano raccolse la piccola somma e con
l'altra prese dolcemente la manina della bambina.
"Portami a casa tua, piccola. Voglio vedere il tuo fratellino e anche il tuo papà e la tua mamma
e vedere con loro se possiamo trovare il piccolo miracolo di cui avete bisogno".
Il signore alto ed elegante e la bambina uscirono tenendosi per mano.
Quell'uomo era il professor Carlton Armstrong, uno dei più grandi neurochirurghi del mondo.
Operò il piccolo Andrea, che potè tornare a casa qualche settimana dopo completamente
guarito.
"Questa operazione" mormorò la mamma "è un vero miracolo. Mi chiedo quanto sia costata...".
La sorellina sorrise senza dire niente. Lei sapeva quanto era costato il miracolo: un dollaro e
undici centesimi.... più, naturalmente l'amore e la fede di una bambina.
Se aveste almeno una fede piccola come un granello di senape, potreste dire a questo
monte: "Spostati da qui a là e il monte si sposterà". Niente sarà impossibile per voi (Vangelo di
Matteo 17,20).


«In Inghilterra c’è la compravendita degli embrioni. E li modifichiamo anche geneticamente»

gennaio 4, 2013 Leone Grotti

«Se si scopre che c’è uno spreco di cibo, gli ambientalisti si scandalizzano. Ma se c’è uno spreco di embrioni, e parliamo di milioni di persone, nessuno dice una parola». Intervista a Josephine Quintavalle.

«In Inghilterra la religione nazionale è la scienza, gli scienziati sono i nostri nuovi dei. Se si uccidono gli animali, tutti inorridiscono, se distruggono gli embrioni nessuno protesta, se si cambia geneticamente il cibo, la gente è spaventata, se si cambiano geneticamente gli embrioni umani, a nessuno importa. In 20 anni dicono che abbiamo distrutto 2 milioni di embrioni, cioè 2 milioni di persone, ma i numeri sono molto più alti». Parla così a tempi.it Josephine Quintavalle (nella foto), la più nota esponente laica del movimento pro life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, l’osservatorio sulle tecniche riproduttive umane. Pochi giorni fa, il Ministero della Salute inglese ha confermato i dati della fecondazione assistita in Inghilterra, ecco i numeri: 3 milioni e 600 mila embrioni creati, di cui un milione e 700 mila subito distrutti, 850 mila congelati, 6 mila destinati alla ricerca scientifica. E soprattutto: le gravidanze non sono state più di 230 mila, i bambini nati inferiori ai 200 mila.

Come ha reagito l’Inghilterra davanti a questi numeri?

Non hanno fatto né caldo né freddo. Ed è terribile. Quando la gente vuole un figlio, l’embrione sembra la cosa più importante del mondo, poi una volta ottenuto lo scopo, vengono dimenticati, distrutti, congelati o usati per gli esperimenti.

Come ha fatto l’Inghilterra a “produrre” così tanti embrioni in soli 20 anni?
Qui si usa una tecnica che è molto pericolosa prima di tutto per la donna: si iperstimolano le ovaie tanto che producono anche 50 ovociti in un ciclo solo. Normalmente, una donna produce uno o massimo due ovociti a ciclo. Invece loro sforzano le ovaie per crearne tanti, troppi, poi li fertilizzano tutti. Ecco perché dico che i numeri citati sono inferiori alla realtà.

Cioè?
Quelli sono solo gli embrioni tenuti e poi magari buttati. Una volta creati 50 embrioni a ciclo, però, li selezionano, molti li distruggono subito perché non sono dei “buoni prodotti”. Parliamo come se fossero oggetti, come se fosse una fabbrica, i prodotti buoni e meno buoni. Ma è così, si chiama eugenetica.

Ci sono alternative a questo uso della fecondazione assistita?
Certo, ci sono nuove tecniche che cercano di imitare la natura e che stimolano le ovaie delle donne per produrre solo uno o due ovociti alla volta. Questo porta beneficio anche alla donna, perché con il sistema che si usa ora molte rischiano di morire e tante sono già morte. Non ci vuole una laurea per capire che iperstimolare le ovaie è molto rischioso. Inoltre si potrebbero congelare gli ovociti, che non sono ancora persone, piuttosto che gli embrioni. La stimolazione minima avrebbe anche un maggiore tasso di successo.

E perché allora in Inghilterra questa pratica non viene usata?
Qualche clinica lo fa, ma ci sono degli interessi economici. In Inghilterra il commercio di embrioni dovrebbe essere vietato. Ma molte cliniche, permettono alle donne di fare cicli di fecondazione gratuiti se in cambio si donano alla sperimentazione la metà degli embrioni creati. E teniamo conto che un ciclo di fecondazione costa circa 1.500 sterline. Usano il termine “donare”, ma è chiaro che stiamo parlando di vendere.

Vendere esseri umani?

Sì, qui in Inghilterra vige in tutto l’utilitarismo: siccome molti embrioni vengono creati, poi congelati e dimenticati dalle coppie in congelatore, gli scienziati dicono: almeno usiamoli per qualcosa. E così li usano per la ricerca, per la sperimentazione, per creare ibridi umani-animali e per far fare pratica di biopsia ai medici.

Perché in Inghilterra gli embrioni non hanno valore?

E come potrebbero averlo? Quest’anno qui abbiamo avuto sette milioni di aborti. È una cosa atroce, ma se neanche il feto nell’utero della donna viene considerato persona come si può far capire alle persone che lo è l’embrione? C’è della gente che inserisce foto dell’embrione nell’album di famiglia, ma poi non si preoccupa di congelarne e buttarne via decine di altri. Qui in Inghilterra se voglio un figlio o se non lo voglio, posso fare tutto pur di averlo o non averlo. Infatti, si può abortire anche il giorno prima di partorire. Noi ci proviamo, ma è difficile far capire alla gente che non esiste il diritto al figlio, al voto sì ma al figlio no. Nella nostra società c’è un grande paradosso.

Quale?
Se si scopre che c’è uno spreco di cibo, gli ambientalisti si indignano e si scandalizzano. Ma se c’è uno spreco di embrioni, e parliamo di milioni di persone, nessuno dice una parola. Una delle cose più incredibili è che quanto abbiamo detto finora è già il passato. Il futuro si prospetta di gran lunga peggiore.

Spieghi meglio.

Per evitare alcune malattie, anche molto gravi, ora si vogliono “creare” bambini con tre genitori. Si sta cercando cioè di fecondare l’ovulo della madre con lo spermatozoo del padre e rimpiazzare gli eventuali mitocondri danneggiati della madre nell’embrione con altri sani provenienti da un terzo donatore. Stanno anche pensando di mischiare due embrioni diversi per ottenerne uno finale. Cioè: per evitare le malattie creano un embrione o con due donne e un uomo o con due donne e due uomini. Molti, però, sono usciti allo scoperto e hanno dichiarato esplicitamente di volere creare una super razza umana manipolando l’embrione. Ecco a che cosa siamo arrivati in Inghilterra.

Gli inglesi che cosa ne pensano? Noi non riusciamo a fare capire loro della gravità di questa manipolazione genetica. Se si parla di modificare geneticamente il cibo, tutti si preoccupano, ma degli embrioni non gli importa nulla. Oltretutto, come mi hanno detto molti scienziati americani, noi non sappiamo cosa potrà venire fuori da persone modificate geneticamente, non sappiamo come si potrà evolvere la specie in questo modo. L’unica cosa che la gente capisce e disapprova sono gli embrioni ibridi: hanno provato, qui da noi, anche a mischiare l’uomo e la mucca con la sperimentazione sull’embrione. Eppure non sono riusciti a fare niente, nessun risultato è stato raggiunto. Però nessuno si è lamentato.

Perché è così difficile impedire la manipolazione degli embrioni?
Perché qui in Inghilterra la scienza è la religione nazionale, gli scienziati sono i nostri nuovi dei. Ma la responsabilità che la società inglese si porta sulle spalle tra aborti e embrioni distrutti sta diventando enorme.


Chiara ed Enrico: un amore vero

La vera storia della giovane mamma romana che ha dato la vita per il suo figlioletto
Amore: una parola che sentiamo ovunque. Ma quale sia l’amore vero è difficile da comprendere in questa società sempre più individualista. Un esempio concreto è stata per me l’unione tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo.
Visualizzando su internet i video delle loro testimonianze colpiscono subito lo sguardo dolcissimo di lei, il suo bellissimo sorriso e il fatto che il marito le appoggia una mano sulla schiena, per sostenerla. Insieme amavano ripetere le parole di San Francesco: «il contrario dell’amore non è l’odio, ma il possesso».
Oggi il materialismo e il consumismo tentano in tutti i modi di farci credere che per essere felici dobbiamo possedere quanti più beni possibili e questa smania di possesso si proietta anche nei rapporti sentimentali. Chiara ed Enrico hanno invece vissuto in controtendenza, affermando con la loro personale esperienza che amare significa donarsi: «noi non possediamo la vita dei nostri figli», dice Enrico, «nulla ci appartiene ma tutto è dono».
La coppia ha deciso di portare a termine due gravidanze, nonostante sapessero che, a causa di alcune malformazioni del feto, i loro due figli sarebbero rimasti sulla terra solo per pochi minuti, secondo le parole di Chiara, in “affidamento”. Padre Vito d’Amato, amico e padre spirituale della coppia, afferma che Chiara, in fase ormai terminale a causa di un tumore curato volutamente solo dopo la nascita di Francesco, il terzo figlio, per non compromettere la gravidanza, «lo ha preparato al distacco, lasciando che Enrico lo tenesse più tempo in braccio».
La scelta tra il dono e il possesso riguarda non solo il rapporto tra figli e genitori, ma anche tra uomo e donna: nel fidanzamento, dice sempre padre Vito, si impara a “perdere” e a lasciare andare l’altra persona. Il possesso come modalità di relazione può essere esercitato anche dai figli nei confronti dei genitori, tramite l’accanimento terapeutico.
Chiara, nella lettera al figlio, scrive: «se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono». Padre Vito commenta così: «chi si consuma per amore assomiglia a Cristo: la vita è quando doni. Non si vive solo per respirare, si vive perché si ama. La vita è bella solo se ti consumi per l’altro: o la vita la doni o la togli agli altri. Chiara ed Enrico hanno dato, non preso. Cosa resterà della tua vita?! Bisogna spendere la vita per amore».
Chiara, consapevole della fine imminente della sua vita terrena, preparava dei pacchi da dare ad altre ragazze terminali che aveva conosciuto: «è vissuta regalando, donando tutto». Nonostante la loro prima figlia, Maria Grazia Letizia, sia morta dopo soli 30 minuti di vita, Chiara riesce serenamente a dire: «è stato un momento di festa: se io avessi abortito cercherei solo di dimenticare, invece potrò raccontare di questo giorno speciale».
Ed Enrico le fa eco: «è nostra figlia, la terremo così com’è […] Che senso ha questa vita? Ha un senso se si è amati e Dio ci ha desiderato. Dice il Signore: “prima di formarti tuo padre e tua madre Io ti conoscevo”. Per quanto tuo padre e tua madre ti hanno voluto bene… (o non ti hanno voluto bene!) qualcun Altro ti ha voluto, sai!». Riecheggiano le parole di Isaia (49,8-26): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero,  Io invece non ti dimenticherò mai». Nel 2005, quando ancora Chiara non era malata, parlando della loro prima figlia, Enrico afferma: «ho perso mio padre di infarto quando avevo 23 anni. È difficile accettare che le persone che amiamo muoiano. Io mi occupo di malati terminali come fisioterapista, forse è un po’ una vocazione…».
Riascoltando queste parole sapendo che poi Enrico avrebbe perso anche la moglie, è ancora più sorprendente ascoltarlo dire: «vale la pena di vivere solo se si è disposti ad amare veramente. Noi ci siamo sempre sentiti amati da Dio. Dio non è vero che “ama tutti”: “ama ognuno”! Ogni figlio è amato in modo diverso; io so come ama me e non so come ama te. Lasciati amare! È bello lasciarsi amare da Dio. Il problema è se tu ti vuoi far consolare, se ti lasci consolare da Lui! Non ci può essere la Grazia senza la libertà: Dio non ti costringe ad essere amato. La menzogna è che Dio non sia buono; Satana sussurra sempre al nostro cuore che Dio non ti ama».
Questo uomo e questa donna insieme hanno scelto in forza di una visione della vita imperniata su una fiducia, su una donazione, su un amore incondizionato. Pensando a questa giovane coppia e al loro amore, sempre più mi rendo conto, insieme ad Albert Camus, che «non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare».
di Irene Bertoglio


di Costanza Miriano

Ieri davanti alla scuola pubblica dei miei quattro figli, nel quartiere san Giovanni di Roma, c’era un banchetto per raccogliere firme contro la proposta  di intitolare l’istituto a Chiara Corbella Petrillo, giovane mamma morta nel giugno scorso. La cosa per me ha dell’incredibile, e vorrei provare a capirci qualcosa, ragionando a voce alta.

Dunque, la scuola fino all’anno scorso si chiamava Manzoni. Adesso, dopo essersi unificata con una vicina media, è alla ricerca di una nuova denominazione. Saputo questo, l’assessore alla famiglia e all’educazione del Comune di Roma, Gianluigi De Palo, ha proposto, e sottolineo proposto, il nome di Chiara, che era del quartiere dove sorge la scuola, e che di certo è stata, per dire poco, una persona che ha saputo rispettare i bambini. La preside ha raccolto la proposta, l’ha girata a noi genitori, e i rappresentanti ci hanno chiesto di esprimerci sulle due opzioni: riprendere Manzoni o cambiare in Corbella.

Qualcuno ha detto sì (chi come me considera Chiara una sorella maggiore da imitare, chi non condivide ma apprezza il coraggio), qualcuno ha detto no per motivi estranei alla questione aborto (meglio figure significative nella storia della cultura), altri, infine, hanno detto no perché ideologicamente contrari. E fin qui, tutto normale.

Poi è arrivata una mail allarmata: si sta violando la procedura! Si attenta alla democrazia!! L’assessore ha annunciato la cosa come già fatta senza consultarci!!

Poiché conosco Gianluigi De Palo mi sembrava strano. È una persona con cui si può, forse, magari, anche non essere d’accordo, ma della cui correttezza e buona fede non si può dubitare. Così  mi sono permessa di chiamarlo, e l’ho sentito davvero sinceramente rattristato dalla vicenda: non solo non aveva annunciato niente, ma d’accordo con Enrico, il marito di Chiara, e altre persone che le hanno voluto bene ha deciso di ritirare la proposta, perché Chiara, dice, non avrebbe mai voluto essere una bandiera contro qualcuno, né tanto meno dividere, o essere utilizzata per battaglie di principio che offendano qualcuno. Non amerebbe essere dipinta come un’eroina, una martire, una pasionaria delle battaglie antiabortiste. Chiara è stata una mamma che ha messo la vita dei suoi bambini prima della sua. Semplicemente. Grandemente. Non è morta per, non si è immolata. Ha “solo” detto, con il marito: i nostri bambini non si toccano, non faremo niente che li possa danneggiare o mettere in pericolo. Quello che è successo dopo – la malattia che l’ha portata alla morte – non lo ha certo cercato, anzi lo ha combattuto fino alla fine. Il fatto è che chi ha mosso queste infondate obiezioni procedurali era contrario nel merito.

A questo punto due parole per chi non lo sapesse: Enrico e Chiara hanno avuto due bambini malformati e morti a poche ore dalla nascita, e un terzo sano. Durante la terza gravidanza, però, alla mamma hanno diagnosticato un tumore, e lei ha portato avanti il bambino per il tempo necessario a farlo nascere senza danni, poi ha cominciato a curarsi, e lo ha fatto con grinta e impegno e speranza di guarire. Nessuno può sapere se le cure avrebbero funzionato se avesse abortito. Semplicemente lei non si è sentita di fare del male al suo bambino.

Ecco, io non capisco come questa cosa possa offendere qualcuno.

Votare è giustissimo, ma perché una raccolta di firme contro una proposta. Non si può neanche proporre? La petizione contro è, quella sì, una mancanza di democrazia, ma tanto si sa che i più intolleranti e dogmatici sono quelli che pensano che l’uomo sia al centro del cosmo, e che niente e nessuno debba attentare alla sua libertà. Libertà di uccidere, dunque, ma non di dire che non si fa, che l’aborto non è liberarsi di un grumo di cellule ma uccidere un figlio. Libertà di uccidere i bambini, ma non di turbarli con l’immagine dell’egoismo degli adulti.

Si vota (oggi), e si vedrà la maggioranza. Ma i genitori che raccoglievano le firme hanno detto nell’ordine, che bisogna scegliere figure importanti per la cultura. Io però il massone Mazzini, tanto per dirne uno, non lo riconosco come un mio faro, eppure ogni città gli ha dedicato almeno almeno una piazza, e sempre al centro, rigorosamente. Poi che una storia così può disturbare le donne che dovessero avere, magari con dolore, magari con superficialità, abortito. Ma io credo che se soffrono è perché sanno che hanno fatto una cosa sbagliata, e l’unica guarigione possibile per loro è riconoscerlo, e affidarsi, se credono, alla misericordia di Dio. Infine la perla:  “come lo spiegheresti a tuo figlio il perché di questo nome?” “A parte che i miei figli sono stati al funerale e sanno tutto, comunque direi che questa ragazza non ha voluto a nessun costo uccidere il suo bambino, quindi è stata una brava mamma.” “Ecco, vedi che mi dai ragione? Non puoi dire a un bambino che una mamma uccide il figlio in grembo”.

Certo, “non si può dire”…  Anche a me si spezza il cuore quando capita che mi chiedano cos’è l’aborto. Una mamma così non si può pensare. Dico che una mamma può sentirsi così sola, spaventata, condizionata da persone che non capiscono molto, che può arrivare persino a fare una cosa così terribile, ma che noi non dobbiamo giudicarla, perché già le basterà tutta la tristezza che dovrà provare.

Per Chiara, che adesso si occupa in cielo dei suoi due bambini, questa storia sarà sicuramente una bazzecola. Ma per noi che siamo ancora qui dare il suo nome alla scuola alla quale affidiamo ogni giorno la parte più importante del nostro cuore, i figli, è un piccolo segno importante.


Chiara Corbello

CHIARA CORBELLO è una ragazza romana dei giorni nostri, normalissima,
28 anni, dolce ed estroversa, appassionata di musica, piena di voglia di vivere e con una gran Fede,
che si sposa 4 anni fa con Enrico, conosciuto a Medjugorje.

Poco dopo rimane incinta. Di una FEMMINA.
Ma la bimba si rivela essere anencefalica, priva di parte del cervello, non ha nessuna possibilità di sopravvivere.
Chiara porta avanti la gravidanza lo stesso e partorisce Maria Letizia che vive appena qualche ora e le muore in braccio.

Al battesimo segue il funerale.

Passa un anno e arriva la seconda gravidanza. Stavolta è un MASCHIO. Chiara è al settimo cielo.
Qualche controllo però e torna di nuovo il buio, l’ecografia è ancora devastante:
il piccolo risulta infatti totalmente privo degli arti inferiori.
Ma per Chiara non fa niente, lo amerà lo stesso. Anzi, di più.

Solo che nel prosieguo della gravidanza intervengono nuove complicazioni:
se il bimbo nasce avrà scarse possibilità di farcela e
morirà come la sorellina, gli dicono i medici.
Chiara a 25 anni non fa una piega e dice incrollabile il suo secondo "fiat".
Nasce Davide.
Come previsto, anche questo secondo figlio muore sotto i suoi occhi dopo qualche ora.
Dopo il nuovo battesimo, il nuovo funerale.

Un anno ancora e ci riprova. Terza gravidanza.

E’ ancora un MASCHIO e stavolta è sanissimo, in piena salute.
La gioia può esplodere incontenibile, finalmente! quanto l’ha sperato, quanto l’ha sognato, quanto l’ha desiderato!
Ma dura poco più di un attimo...al quinto mese, stavolta è lei, Chiara, ad avere un problema.

Ed è un verdetto spaventoso: ha un carcinoma alla lingua.

Se vuole fermarlo, deve eliminare il bimbo che porta in grembo il prima possibile, dicono i medici,
perché stavolta dare la vita potrebbe portarla alla morte.
Non se ne parla nemmeno, dice Chiara.
Il bambino nascerà: poi, solo dopo, penserà semmai a curarsi.

E finalmente a Maggio nasce Francesco ed è proprio bellissimo!
Forte e sprizzante di gioia.
Un amore.

Le cure per la giovane mamma possono iniziare.
Cicli di radioterapia prima e chemioterapia dopo senza sosta.
Giorno dopo giorno, a ritmo incessante.
Ma è troppo tardi: il tumore è andato ormai troppo avanti, i medici glielo avevano detto.
Chiara ha i giorni contati.
Con grande fatica va un'ultima volta a Medjugorje con suo marito Enrico e i suoi amici più cari.

Vuole dirgli che li vuole felici perché lei è felice e che questa nostra vita sulla terra alla fine è solo un passaggio.
Negli ultimi mesi il progressivo, inevitabile, deperimento.

Il suo ultimo sms agli amici:
"Siamo pronti, con le lanterne accese. In attesa dello Sposo"

Chiara ora non c’è più. Chiara è morta, dice il mondo:
che stupida, così giovane, poteva godersi la vita, ma chi gliel’ha fatto fare.

Chiara è nata in Cielo, diciamo noi.


Per il suo bambino, che oggi ha 13 mesi, per cui ha dato la vita,
ha scritto una lettera d’amore che il figlio leggerà quando sarà grande e potrà capire, che finisce così:

“Non eravate nostri, non eravate per noi perché il possesso è il contrario dell'amore (...).
Qualunque cosa farai nella vita, non scoraggiarti figlio mio:
se Dio toglie è per darti di più e tu sei speciale,

hai una missione grande (...), fidati di Lui, ne vale la pena.
Vado in Cielo ad occuparmi di Maria e Davide, e tu rimani con il papà.
Ma dal Cielo prego per voi.
Ciao, mamma Chiara”.

Al funerale ha voluto che la vestissero con l’abito da sposa, perché alla casa del Padre un cristiano ci va in festa.


Spinta verso l’aborto nelle Filippine: la Chiesa combatte con le “armi” del digiuno e della preghiera

 

Il presidente Aquino preme perché sia approvata una “legge sulla salute riproduttiva”. Dopo due anni di battaglie politiche i vescovi hanno chiesto ai fedeli di usare altre “armi” per contestare il provvedimento

Anche nella cattolicissime Filippine si spinge affinché la piaga dell’aborto sia diffusa. E se in Europa la norma che legalizzava l’aborto venne approvata Stato dopo Stato con un nome che potesse ridurne l’impatto, “Norme per la tutela sociale della maternità sull’interruzione volontaria della gravidanza”, nelle isole del Pacifico il testo di legge è stato presentato come “Reproductive health Bill” (“Legge sulla salute riproduttiva”). A leggere il testo si capisce che per “tutela della salute” si intendono l’aborto, la contraccezione, i metodi di controllo delle nascite e la pianificazione familiare.

DUE ANNI DI BATTAGLIA. Finora l’opposizione della Chiesa, che per due anni si è appellata alle norme della Costituzione in cui si proteggono esplicitamente la vita e la famiglia, era bastata a frenare la volontà del presidente Benigno Aquino. Ieri, però, il presidente ha riunito la Camera e la coalizione politica che lo sostiene chiedendo un processo breve di approvazione del testo, che dovrebbe compiere un iter di appena una settimana. I vescovi non hanno trovato altro strumento umano con cui combattere il provvedimento se non implorando l’aiuto di Dio. Infatti, anche se Juan Ponce-Enrile, presidente dell’altro ramo del Parlamento, ha dichiarato di non voler cedere, tanto più che la legge per i contenuti delicati che tratta dovrebbe passare per ben tre volte all’esame delle Camere e solo successivamente essere votata, la nuova spinta in avanti di Aquino ha fatto capire ai cattolici che il presidente, in carica per altri quattro anni, non si fermerà.

PREGHIERE E DIGIUNI. La Chiesa ha quindi scelto di giocare su un altro terreno, chiedendo ai fedeli di «usare le armi della preghiera e del digiuno contro il provvedimento». Il presidente della Commissione per la famiglia e per la vita della Conferenza episcopale delle filippine, Gabriel Reyes, ha inviato all’agenzia Fides una nota in cui scrive che i cristiani «pregheranno e digiuneranno a partire da oggi e nei giorni successivi». I vescovi poi hanno chiesto il voto aperto e non segreto, così che i cittadini sappiano chi ha votato e cosa. Ugualmente aveva sbalordito la reazione della Chiesa nigeriana che il 4 novembre scorso, davanti alla dissacrazione di una chiesa nel Sud, aveva deciso di vivere «una settimana di preghiera, digiuno e penitenza in riparazione delle offese subite e per la conversione dei propri persecutori». Allo stesso modo, dopo mesi di lotta politico-culturale, sta rispondendo la Chiesa americana all’attacco all’obiezione di coscienza del presidente Obama: proprio il 12 novembre scorso, di fronte a tutti i vescovi riuniti, il capo della Conferenza episcopale americana, Timothy Dolan, ha chiesto di accostarsi più spesso possibile al sacramento della Confessione e di tornare a fare penitenza ogni venerdì. Spiegando che per sfidare un male tanto grande l’unica via per fortificarsi è la conversione personale.

PAPA BENEDETTO XVI. E se in tempi bui per sé la Chiesa sta tornando alla preghiera e alle pratiche penitenziali si può intuire perché leggendo quanto papa Benedetto XVI disse il 21 febbraio del 2007, in occasione nell’Omelia del mercoledì delle Ceneri: «Il digiuno e le altre pratiche quaresimali sono considerate dalla tradizione cristiana “armi” spirituali per combattere il male». Al riguardo, aveva detto «mi piace riascoltare insieme a voi un breve commento di san Giovanni Crisostomo. “Come al finir dell’inverno – egli scrive – torna la stagione estiva e il navigante trascina in mare la nave, il soldato ripulisce le armi e allena il cavallo per la lotta, l’agricoltore affila la falce, il viandante rinvigorito si accinge al lungo viaggio e l’atleta depone le vesti e si prepara alle gare; così anche noi, all’inizio di questo digiuno, quasi al ritorno di una primavera spirituale forbiamo le armi come i soldati, affiliamo la falce come gli agricoltori, e come nocchieri riassettiamo la nave del nostro spirito per affrontare i flutti delle assurde passioni, come viandanti riprendiamo il viaggio verso il cielo e come atleti ci prepariamo alla lotta con lo spogliamento di tutto».

di Benedetta Frigerio


IL PROBLEMA ETICO DEGLI EMBRIONI CRIOCONSERVATI

In questi ultimi mesi si è sentito spesso parlare in ambito cattolico di APN (adozione
per la nascita) degli embrioni crioconservati; in particolare il Presidente Nazionale di Scienza
e Vita, prof. Lucio Romano, parlando a Roma, presso l’ ATENEO REGINA APOSTOLORUM ed in
videoconferenza a Bologna presso l’Istituto VERITATIS SPLENDOR il 15 maggio u.s. ha fatto capire
che tra le diverse opzioni possibili la sola scelta buona fosse quella dell’adozione di detti
embrioni.
Volendo aprire un confronto anche infra cattolico abbiamo deciso di mettere nel
programma della quinta tappa della nostra Scuola Itinerante, che si è svolta il 15 e 16
novembre ad Aversa (Campania, dopo la Sicilia, l’Umbria, le Marche e le Puglie) tale
argomento e di affidarlo all’aversano prof. Lucio Romano.
Dopo la molto dettagliata e completa presentazione delle attuali conoscenze
scientifiche sull’argomento conclusa con una tabella sintetica dei pro e dei contra all’APN fatta
dal prof. Romano, il prof. Giuseppe Noia, ha sottolineato come l’utilizzo del concetto di
adozione inneschi una serie di problemi etici sempre più gravi in una spirale senza fine e
trasformi – come affermava il prof. Padre Angelo Serra – un atto di carità compiuto per
salvare la vita ad un embrione in derive etiche ancora più gravi giustificando addirittura un
aumento del ricorso alla crioconservazione degli embrioni, che possono essere adottati.
Il prof. Lucio Romano rispondendo al prof. Noia ha affermato che pur essendo coscienti che le
donne disponibili ad adottare embrioni crioconservati siano pochissime, che migliaia e
migliaia di embrioni per quanto adottabili non saranno adottati, che scongelandoli solo 4-6 su
cento potranno nascere, tuttavia l’istituto dell’Adozione è molto importante perché
simbolicamente significa dare una risposta simbolica forte, forte allo statuto di persona, che
alcuni vogliono disconoscere o non riconoscere, ed ha concluso - dopo aver affermato che fra
20-25 anni gli embrioni criocongelati saranno tanti da doverli per convenzione sopprimerli -
con un interrogativo “Vogliamo o non vogliamo riconoscere lo statuto dell’embrione?”
Quindi noi per riconoscere lo statuto dell’embrione dovremmo fare una cosa non buona? ha
esordito il dott.
Angelo Francesco Filardo facendo notare come la crescente
crioconservazione degli embrioni in Italia è possibile, perché gli estensori della legge 40/2004
e quelli delle linee guida applicative non hanno mai regolamentato dettagliatamente
l’impegno della donna e della coppia impossibilitata a sottoporsi al trasferimento in utero
degli embrioni prodotti in vitro prima della sentenza n. 151 del 15-5-2009 della Corte
Costituzionale e dopo tale sentenza nel definire anche che cosa si intende per “un numero di
embrioni superiore a quello strettamente necessario” , in particolare necessario a chi ed a che
cosa? , impegno che va assunto nell’esprimere il consenso informato per cui in mancanza di
questo impegno ad impiantare comunque - anche se il primo trasferimento si conclude con la

nascita di uno o più bambini - gli embrioni prodotti la coppia non può essere ammessa alla
Fecondazione in Vitro.
Rispondendo alla domanda di don Stefano Tardani il Presidente nazionale di Scienza e
Vita ha tra l’altro affermato che il costo di questi embrioni crioconservati non sarà più a carico
della singola coppia, non sarà sicuramente a carico del singolo Centro che provvede a
crioconservare gli embrioni; un domani – é questa un’affermazione volutamente provocatoria -
fra qualche anno lo Stato non sarà in grado di poter mantenere gli embrioni crioconservati … ed
ha concluso con l’interrogativo già fatto “adesso noi vogliamo o non vogliamo riconoscere lo
statuto dell’embrione?”
Da quanto riferito è evidente che la posizione dell’AIGOC, espressa con ferma
convinzione negli interventi del Presidente e del Segretario nazionali, è molto distante da
quella espressa dal Presidente nazionale dell’Associazione Scienza e Vita ed è motivata oltre
che dai motivi scientifici (scarsa sopravvivenza degli embrioni scongelati: solo 4-6 nati vivi su
100 embrioni scongelati) anche bioetici (accettare l’Adozione Per la Nascita significa
accettare la fecondazione eterologa per la coppia, accettare la maternità surrogata nei casi di
impossibilità della gestazione da parte della donna adottante, correre il rischio dell’estensione
dell’istituto dell’adozione ai single ed a …).
La motivazione ripetutamente e fortemente addotta per giustificare l’APN “il
riconoscimento dello statuto dell’embrione” - per quanto anche da noi auspicato - ci sembra
poco convincente ed ingenua, perché sempre limitandoci al linguaggio di uso comune oggi – e
non bisogna mai illudersi che le parole nella Babele in cui viviamo hanno per tutti lo stesso
significato che noi diamo ! – il termine adozione non è esclusivamente usato per le persone,
ma si adottano i cani, si adottano i gatti, si adottano i panda, si adottano i monumenti, si
adottano gli alberi, … , quindi il semplice uso anche giuridico del termine adozione degli
embrioni crioconservati non significherebbe automaticamente riconoscimento dello statuto
dell’embrione, così come non l’ha garantito l’art. 1,1 della legge 40/2004 (che assicura i diritti
di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito).
Dal punto di vista cattolico la scelta del “male minore” non è mai accettabile e
praticabile per il credente (Veritatis splendor 75-77). Nel caso specifico la DINGNITAS PERSONAE
al n. 19 molto chiaramente argomenta la posizione che noi pienamente condividiamo “È stata
inoltre avanzata la proposta, solo al fine di dare un’opportunità di nascere ad esseri umani
altrimenti condannati alla distruzione, di procedere ad una forma di “adozione prenatale”. Tale
proposta, lodevole nelle intenzioni di rispetto e di difesa della vita umana, presenta tuttavia vari
problemi non dissimili da quelli sopra elencati.
Occorre costatare, in definitiva, che le migliaia di embrioni in stato di abbandono determinano
una situazione di ingiustizia di fatto irreparabile. Perciò Giovanni Paolo II (24 maggio
1996) lanciò un «appello alla coscienza dei responsabili del mondo scientifico ed in modo
particolare ai medici perché venga fermata la produzione di embrioni umani, tenendo conto che
non si intravede una via d’uscita moralmente lecita per il destino umano delle migliaia e
migliaia di embrioni “congelati”, i quali sono e restano pur sempre titolari dei diritti essenziali e
quindi da tutelare giuridicamente come persone umane».
Invece di cercare vie pericolose per la soluzione di questa irreparabile ingiustizia ci
sembra indispensabile – visto che il Governo è impegnato nel contenimento della spesa
pubblica ed ha messo ticket su indagini diagnostiche e farmaci necessari ed indispensabili per
tutelare la salute di tanti cittadini – che si cominci:
1-
col risparmiare sulle tecniche di Fecondazione Artificiale, che non sono terapia
della sterilità coniugale, ma tecniche alternative di riproduzione umana con
scarsa efficacia (10 nati vivi ogni 100 embrioni trasferiti),
con l’esplicitare chiaramente nelle linee guida l’obbligo per la donna/coppia di
2-
impiantare in utero tutti gli embrioni che nel consenso informato autorizza a
produrre entro un preciso lasso di tempo che tiene conto dell’età della donna,
3-
e che il costo della crioconservazione è a carico della donna/coppia che la
richiede.

 

LEGGE IMPERFETTA E MALE MINORE


Sappiamo che la legge 40 sulle fecondazione artificiale è sempre stata definita, dall'area cattolica che ne ha favorito l'applicazione, "legge imperfetta" che, quindi, potrebbe essere migliorata. Quello che non ci aspettavamo era che il primo miglioramento che avrebbe trovato il consenso di quasi tutti i parlamentari riguarda la possibilità per la madre, che è ricorsa alle tecniche per concepire e far nascere un bambino, di non riconoscerlo e lasciarlo in ospedale: fino ad ora questo non era possibile, in forza di un espresso divieto posto dall'art. 9 della legge, divieto che (se l'iter legislativo proseguirà) verrà abrogato.

Eugenia Roccella ha ragione nel criticare la scelta, sottolineando che il divieto vuole garantire che non vi siano forme surrettizie di commercio intorno alla procreazione assistita, e non si possa aggirare il divieto di fecondazione eterologa, definendo la norma un’indicazione di buon senso che tutela il nascituro, ma anche un concreto ostacolo a forme più o meno mascherate di sfruttamento delle donne e di mercato del corpo, come per esempio l’utero in affitto.

 

Il fatto è che la modifica risponde alla logica della fecondazione artificiale e della legge che la permette. Il promotore della proposta, l'on. Antonio Palagiano, sostiene che "non deve esserci discriminazione fra donne che hanno concepito il loro bambino in maniera naturale o artificiale. Se il legislatore ha previsto la possibilità di non riconoscere un figlio, lo ha fatto per evitare l’infanticidio. Un principio a mio avviso giusto, anche se fa riferimento a un gesto chiaramente innaturale. E se dopo la Pma sono subentrate nella vita della donna circostanze che espongono a questo rischio, occorre allargare questo principio anche a chi ha concepito con la fecondazione assistita".

Quindi: il criterio è l'uguaglianza tra le donne, cioè un interesse degli adulti. Palagiano parla della prevenzione dell'infanticidio, ma dimentica che il bambino concepito in provetta può essere abortito volontariamente, per espressa previsione della legge 40 e tace sui rischi della modifica indicati dalla Roccella. Il criterio, comunque, è questo: meglio un bambino senza genitori, piuttosto che un bambino ucciso.

Il fatto è che questo criterio lo abbiamo visto applicato troppo spesso.

 

Visto che c'è il far west della provetta, meglio regolarla (approvazione legge 40); visto che è lecita, meglio tentare più volte (legge 40: nessun limite ai tentativi); visto che almeno due embrioni muoiono (in realtà ne muoiono decine di migliaia all'anno solo in Italia), meglio produrne di più per non mettere in pericolo la salute della donna (Corte Costituzionale, abbattimento del limite dei tre embrioni);visto che talvolta gli embrioni si possono congelare, meglio congelare tutti gli embrioni in eccesso per non farli morire (Corte Costituzionale, stessa sentenza); visto che le tecniche sono ammesse per le coppie infertili, meglio permettere l'accesso anche a quelle portatrici di AIDS o di malattie genetiche per non generare bambini malati (modifica linee guida ministra Turco, ordinanza Tribunale di Salerno);visto che i bambini si possono abortire quando sono malati, meglio permettere la diagnosi genetica preimpianto e l'eliminazione dei bambini difettosi (Corte Europea dei Diritti dell'uomo, 18/8/2012 e vari giudici italiani); visto che l'aborto è permesso a semplice richiesta della donna nei primi tre mesi, meglio che sia così anche dopo, quando si vede se il bambino è malato (Corte di Cassazione, sentenza sul risarcimento del danno per nascita indesiderata di bambina down); visto che i bambini si possono abortire e rischiano di essere uccisi dopo la nascita, meglio permettere il loro abbandono da parte dei genitori in ospedale (la modifica legislativa approvata ieri alla Camera); visto che i bambini si possono abortire, meglio permettere la loro uccisione anche dopo la nascita (Giubilini e Minerva, Articolo sull'aborto post-nascita) … quali saranno gli altri passaggi?

 

Insomma: sempre meglio un male minore che un male maggiore.

No! Meglio il bene! I bambini non devono essere prodotti artificialmente, non devono essere congelati o sezionati, non devono essere uccisi né con l'aborto né in altre maniere. I bambini devono poter essere concepiti nel rapporto d'amore dei loro genitori e poter nascere e vivere in una famiglia.